La larga convergenza su Manfredi certifica l’irrilevanza politica dell’ex governatore: De Luca resta fuori da ogni asse decisionale, isolato anche dai numeri. I suoi consiglieri non sono né necessari né determinanti per la maggioranza che sostiene Fico e il Pd, mentre l’opposizione sceglie una linea responsabile e istituzionale, contribuendo a stabilizzare il nuovo corso regionale.

Con la prima seduta della XII Legislatura, il Consiglio regionale della Campania ha ufficialmente avviato il nuovo corso istituzionale dopo le elezioni regionali di novembre. Un passaggio che, come spesso accade, è andato ben oltre la ritualità dell’insediamento, trasformandosi nel primo, vero banco di prova dei nuovi equilibri politici interni all’Aula.

La seduta inaugurale, convocata dal consigliere anziano, ha visto al centro l’elezione del Presidente del Consiglio regionale, un ruolo di garanzia che misura immediatamente il clima politico della legislatura. E il clima, a dispetto delle tensioni della vigilia, ha restituito un’immagine sorprendentemente chiara: ampia condivisione istituzionale, convergenza tra maggioranza e opposizione e, sullo sfondo, una evidente marginalizzazione dell’area riconducibile a Vincenzo De Luca. Protagonista della giornata è stato Massimiliano Manfredi, eletto Presidente del Consiglio regionale al primo scrutinio con 41 voti su 51. Un risultato politicamente robusto, che supera ampiamente i numeri della sola maggioranza che sostiene il nuovo presidente della Regione, Roberto Fico, e che certifica una scelta condivisa anche dai banchi dell’opposizione.

Dal punto di vista numerico, la votazione racconta molto. I consiglieri presenti e votanti sono stati 51, senza alcun astenuto, un dato tutt’altro che scontato nelle prime sedute di una legislatura. Accanto ai 41 voti confluiti su Manfredi, si registrano 6 schede bianche, alcune schede nulle e una manciata di voti “sparsi”. Tra questi, uno in particolare ha attirato l’attenzione dell’Aula e dei cronisti, cioè un voto espresso a favore di Vincenzo De Luca. Un voto inevitabilmente nullo, dal momento che l’ex padre padrone di Palazzo Santa Lucia non siede più in Consiglio. Un dettaglio che, nella sua apparente marginalità, assume un valore quasi simbolico, De Luca viene evocato sulla scheda, ma resta fuori dall’Aula e fuori dai giochi decisionali. Una presenza solo nominale, che fotografa plasticamente il suo attuale isolamento politico. Il dato politicamente più rilevante, tuttavia, è la convergenza responsabile dell’opposizione, in particolare del centrodestra, sulla figura del Presidente del Consiglio regionale. Una scelta che ha voluto privilegiare la stabilità istituzionale e il corretto avvio della legislatura, ma che allo stesso tempo invia un messaggio netto, ovvero che il tempo delle forzature e delle politiche di disturbo sembra archiviato. E con esso, la stagione in cui De Luca e il suo gruppo potevano esercitare un ruolo di interdizione o condizionamento.

 

All’interno della maggioranza, invece, le schede bianche e nulle vengono lette come il segnale di una frattura politica ormai evidente. Sebbene il voto segreto non consenta attribuzioni certe, il sospetto, condiviso da più osservatori, è che una parte dei consiglieri riconducibili all’area deluchiana, in particolare alla lista “A Testa Alta”, non abbia sostenuto apertamente Manfredi. Non una semplice distrazione, ma una presa di posizione politica che contribuisce a rafforzare l’immagine di un De Luca sempre più isolato, anche tra coloro che in passato ne avevano sostenuto la leadership. Un quadro che trova ulteriore conferma nella composizione dell’Ufficio di Presidenza, dove la scelta di figure appartenenti sia alla maggioranza sia all’opposizione ha rafforzato l’idea di una legislatura avviata sotto il segno dell’equilibrio istituzionale e del dialogo. Un assetto che riduce drasticamente lo spazio per iniziative di rottura e rende sempre meno incisiva l’azione dei pochi fedelissimi rimasti all’ex governatore.

Sul piano politico, il messaggio che arriva dall’Aula è difficilmente equivocabile: Vincenzo De Luca è stato archiviato. Non solo sul piano numerico, ma soprattutto su quello simbolico. La larga intesa sul Presidente del Consiglio regionale sancisce che il nuovo asse politico in Campania guarda avanti e non riconosce più centralità a chi, per anni, ha esercitato un ruolo dominante nella Regione. Questo scenario potrebbe avere ripercussioni immediate anche sulla formazione della Giunta regionale, che il presidente Fico ha più volte indicato come sostanzialmente pronta. In un contesto in cui l’area deluchiana appare politicamente isolata e priva di reali leve, non sono esclusi colpi di scena o scelte che ne certifichino definitivamente la marginalità.

A rendere ancora più complesso il momento dell’ex governatore contribuisce anche il fronte giudiziario. La recente conferma della condanna legata alla vicenda dei pagamenti ai vigili di Salerno, equiparati a funzionari regionali, con la restituzione di circa 100mila euro, rappresenta un ulteriore elemento di pressione politica e mediatica. Un segnale che si somma a quelli arrivati dall’Aula e che rende evidente come i prossimi giorni non saranno una passeggiata per quello che per anni è stato il “padre padrone” della Regione Campania. L’insediamento del nuovo Consiglio regionale, dunque, non è stato solo un atto formale. È stato il momento in cui si è materializzata, numeri alla mano, una nuova fase politica: stabilità istituzionale, convergenza trasversale e isolamento di chi resta ancorato al passato. E in quel voto ironicamente attribuito a De Luca, ma privo di valore, c’è forse la fotografia più efficace della giornata: un nome che pesa ancora nel racconto politico, ma che non pesa più nelle decisioni.

 

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