Dopo la formazione della Giunta, il presidente Fico accelera su sanità e priorità sociali mentre nel “parlamentino” regionale pesa lo stallo sulle commissioni che sblocca bilancio e piena operatività.
A Napoli la nuova stagione politica regionale è entrata nella fase in cui le dichiarazioni devono trasformarsi in atti, e i primi giorni del 2026 hanno già chiarito dove si giocheranno le partite decisive. Da un lato il presidente Roberto Fico ha iniziato a mettere in fila metodo e priorità, puntando su un lavoro “collegiale” con la squadra di assessori e su un’agenda centrata su sanità, trasporti, imprese, ambiente e contrasto alle diseguaglianze. Dall’altro, a Palazzo Santa Lucia e soprattutto al Centro Direzionale, la maggioranza che sostiene il nuovo corso è chiamata a misurarsi con un passaggio molto concreto, la nomina delle commissioni consiliari, cioè il motore tecnico e politico senza il quale l’assemblea non è davvero operativa e la legge di bilancio resta al palo.
Il primo segnale di impostazione è arrivato il 5 gennaio, quando Fico ha riunito per la prima volta la Giunta regionale a Palazzo Santa Lucia. Nelle parole del presidente la cornice è chiara, lavoro quotidiano, ascolto, responsabilità e spirito di squadra, con una lista di urgenze che disegna la rotta dei prossimi mesi. Non è solo un passaggio di rito, perché indica un cambio di postura rispetto alla fase elettorale e serve a tenere insieme una coalizione ampia, che ha bisogno di una regia costante per evitare che le dinamiche interne divorino l’azione di governo. Il tema che più rapidamente si è imposto come banco di prova è la sanità. Fico, che ha tenuto per sé la delega, ha collegato l’avvio della legislatura a un obiettivo politico e amministrativo impegnativo, lavorare con il Ministero della Salute per l’uscita dal piano di rientro. La scelta di accentrare sanità e bilancio in capo al presidente viene letta come un tentativo di presidiare i dossier più sensibili e di evitare che, in una fase iniziale, la macchina regionale proceda in ordine sparso.
Sul versante consiliare, però, il cronometro corre. Il 7 gennaio la Conferenza dei capigruppo, presieduta dal presidente del Consiglio regionale Massimiliano Manfredi, ha fissato per mercoledì 21 gennaio alle ore 11 la seduta in cui sarà presentata la Giunta regionale e proseguirà il dibattito sulle linee programmatiche già illustrate nella seduta di insediamento. Nello stesso passaggio Manfredi ha scandito la tabella di marcia istituzionale, prima l’Ufficio di Presidenza, poi la Giunta delle elezioni e la Giunta per il regolamento interno, quindi l’auspicio di insediare “nel più breve tempo possibile” le commissioni per rendere l’assemblea pienamente operativa e mettere in cantiere la manovra appena la Giunta ne varerà la proposta. Ed è proprio sulle commissioni che si sta consumando la prima vera frizione politica. Le commissioni permanenti valgono molto più del loro ruolo tecnico, perché assegnano presidenze, visibilità e potere di agenda ai gruppi, definendo nella pratica i rapporti di forza della legislatura. In questi giorni, le ricostruzioni raccontano di un accordo non ancora chiuso sulle presidenze e di una mediazione che si sposta dai capigruppo ai segretari regionali dei partiti, segno che la trattativa è diventata politica nel senso pieno del termine.
Nella maggioranza, il nodo è l’equilibrio tra i pilastri del campo largo e le forze minori che chiedono riconoscimento. Le indiscrezioni parlano di schemi di distribuzione che, se troppo sbilanciati, rischiano di alimentare malumori in chi teme un asse dominante Pd–M5S e chiede un bilanciamento per liste e componenti considerate decisive nella vittoria. In questo contesto, il ruolo del vicepresidente Mario Casillo viene descritto come quello del mediatore incaricato di tenere insieme i pezzi e arrivare a una sintesi prima che lo stallo si trasformi in logoramento pubblico. Lo stallo non è un dettaglio procedurale, perché incide sui tempi del bilancio e sull’avvio reale della legislatura. Senza commissioni, le proposte si inceppano, le audizioni non partono, i provvedimenti faticano a trovare una corsia ordinata, e la politica regionale rischia di apparire subito impantanata nelle caselle invece che nelle soluzioni. È anche il motivo per cui la seduta del 21 gennaio diventa uno snodo, non soltanto per la presentazione formale della squadra, ma come data entro cui arrivare con una maggioranza capace di dimostrare coesione e capacità di decisione.
A rendere più complessa la partita c’è poi l’intreccio tra tempi istituzionali e questioni “di contesto”, come i passaggi amministrativi legati ad alcune nomine e alle compatibilità, che nelle cronache vengono indicati come elementi in grado di allungare o complicare la definizione finale degli assetti. È un promemoria del fatto che, nella politica regionale, i dettagli procedurali spesso si trasformano in leve negoziali e in strumenti di pressione tra correnti e partiti. In definitiva la Campania è già dentro la sua prima prova di maturità. Fico ha impostato la narrazione di una Regione che riparte dalle priorità e dai diritti, con un metodo collegiale e una forte concentrazione su sanità e servizi. Il Consiglio, però, deve completare rapidamente l’architettura interna, perché le commissioni sono il luogo in cui si scrive davvero la politica quotidiana, tra bilancio, programmazione e controllo. Se la maggioranza chiude l’accordo e accelera, la legislatura può partire con una spinta di credibilità. Se invece la trattativa si trascina, il rischio è che la “questione Campania” torni a essere, ancora una volta, una storia di equilibri interni più che di risultati per i territori.






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