di Giovanni Loche

In Campania, la politica regionale sembrava vivere una stagione di apparente stabilità, ma sotto la superficie si muoveva già da qualche anno una delle crisi più silenziose e profonde: l’assenza di un’opposizione credibile. A più di dieci anni di guida incontrastata da parte di Vincenzo De Luca, la regione è diventata un laboratorio di potere personale, più che di confronto democratico. E la colpa non è solo del Pol Pot di Salerno.

Quella che dovrebbe essere la controparte politica – in Consiglio regionale, nei territori, nei partiti – è oggi poco più di un’eco. Il centrodestra, dopo l’ultima tornata elettorale, ha lasciato spazio a una rappresentanza debole, frammentata, spesso più interessata a gestire il proprio piccolo spazio che a costruire un’alternativa. Il Movimento 5 Stelle, una volta catalizzatore del malcontento, si è ridotto a una presenza intermittente, spesso silente, impantanata in dinamiche nazionali e in crisi di identità locale.

Ma il vuoto non si misura solo in termini parlamentari. È l’assenza di visione, di narrazione alternativa, a fare più rumore. Non c’è una proposta politica strutturata sulla sanità regionale, sulla gestione dei trasporti, sul futuro dei giovani costretti a emigrare, né una critica sistemica alla burocrazia elefantiaca che blocca lo sviluppo. E quando manca la voce dell’opposizione, quella del potere diventa monologo.

Eppure, mai come oggi, ci sarebbe spazio. La Campania è una regione con profonde contraddizioni: eccellenze scientifiche accanto a ospedali in affanno, imprese innovative soffocate dalla lentezza della macchina pubblica, giovani competenti senza rappresentanza. Una vera opposizione dovrebbe partire da qui, dal territorio, ricostruendo credibilità e linguaggi nuovi.

Il punto è che non basta dire “no” al deluchismo. Serve dire come, con chi, per cosa, quando e dove. Finché l’unica voce restava quella del “presidente sceriffo del golfo” – più social che istituzionale – non poteva esserci vera democrazia in Campania. E il problema non era solo suo.

Ciò che colpisce, oggi, è il paradosso: la Campania è una delle regioni più problematiche d’Italia sotto il profilo dell’efficienza amministrativa, ma anche una delle meno “agitabili” dal punto di vista politico. Le proteste esistono, i malumori crescono – basti pensare alle polemiche sulla gestione della sanità, o ai ritardi cronici nei trasporti pubblici – ma non trovano canali organizzati di rappresentanza. Nessuno, o quasi, traduce il disagio in proposta politica.

Una classe dirigente d’opposizione dovrebbe intercettare proprio questo scollamento. E invece si assiste al contrario: partiti che rincorrono l’autoreferenzialità, personalismi che svuotano i contenitori, e sigle che appaiono e scompaiono ad ogni tornata elettorale senza lasciare traccia. È come se, più che un’opposizione, esistesse solo un’arena di comparse, incapaci di costruire una narrazione alternativa, ma bravissime a recitare ruoli secondari nel grande teatro del potere.

Ma allora da dove può ripartire un’opposizione in Campania? Forse dalle piazze, certo. Ma anche dal coraggio di ricostruire un progetto politico che non si basi solo sulla delegittimazione dell’avversario, ma sulla credibilità di una proposta. Una visione sul lungo periodo, che rimetta al centro parole dimenticate come merito, diritto, trasparenza, giustizia territoriale.

Non si tratta solo di contrastare un modello, ma di costruirne uno alternativo. Non si vince in Campania soltanto attaccando il deluchismo – che, va detto, ha saputo usare come pochi la narrazione del “governatore solo al comando” – ma offrendo una credibile alternativa a questo sistema. E per farlo serve in fretta una classe dirigente, ascolto e pazienza. Tutto ciò che, finora, è mancato.

Il rischio, se questo vuoto non verrà colmato, è che l’antipolitica torni a mordere. Che il populismo, da destra o da sinistra, riempia quello spazio con rabbia invece che con idee. O, peggio, che l’indifferenza prenda il sopravvento, e la Campania resti prigioniera di un’eterna gestione emergenziale dove nulla cambia davvero.

L’eco della recente sentenza della Corte Costituzionale che ha dichiarato incostituzionale la legge regionale della Campania che avrebbe consentito a Vincenzo De Luca di candidarsi per un terzo mandato consecutivo, apre un nuovo scenario politico nella regione, rendendo la Campania contendibile dopo oltre un decennio di guida incontrastata da parte dell’ex sindaco di Salerno.​

Con l’impossibilità per De Luca di ricandidarsi, si apre una finestra di opportunità per l’opposizione. Il centrosinistra dovrebbe puntare su figure come Roberto Fico, ex presidente della Camera, per mantenere la guida della regione. Il centrodestra, invece, potrebbe cercare di capitalizzare il vuoto lasciato da De Luca, ma dovrà superare le divisioni interne e presentare un candidato unitario e credibile.​

Le prossime elezioni regionali in Campania sono previste per l’autunno 2025, in linea con la scadenza naturale del mandato quinquennale. La legge elettorale prevede un sistema proporzionale con premio di maggioranza per la lista o coalizione vincente.​ In questo contesto, l’opposizione ha l’opportunità di costruire un progetto politico alternativo, basato su trasparenza, merito e giustizia sociale. Per farlo, sarà necessario superare personalismi e divisioni, e proporre una visione chiara per il futuro della Campania.​

La fine dell’era De Luca rappresenta un momento cruciale per la democrazia regionale. Spetta ora all’opposizione dimostrare di essere all’altezza della sfida, offrendo ai cittadini una reale alternativa e contribuendo a un rinnovamento della classe dirigente campana. Un’opposizione, per essere tale, deve prima di tutto esistere. In Campania, oggi, è tempo che qualcuno lo ricordi.

Leave a Reply

  • (not be published)