La presa di posizione del leader del Movimento 5 Stelle non è una semplice battuta culturale, ma una mossa politica che mette a nudo la fragilità del centrosinistra. Tra chi vede nel woke una deriva elitaria e chi lo considera un falso bersaglio agitato dalla destra, la coalizione progressista mostra ancora una volta di non avere una grammatica comune.

Giuseppe Conte ha scelto di colpire un punto sensibile del dibattito progressista: la cultura “woke”. Il suo richiamo critico non arriva in un vuoto politico, ma dentro una fase in cui il campo largo appare già attraversato da tensioni sulla leadership, sulle priorità programmatiche e sul rapporto tra diritti identitari e giustizia sociale. Dire che alla sinistra “non serve il woke” significa infatti spostare il terreno del confronto e costringere gli alleati potenziali a prendere posizione su una questione che, più che risolvere problemi, misura distanze. La mossa di Conte è chiara. Il leader del Movimento 5 Stelle prova a occupare lo spazio di una sinistra sociale, più attenta alle diseguaglianze economiche che alle battaglie simboliche, e nello stesso tempo mette pressione a Elly Schlein, la cui leadership viene spesso associata a una sensibilità più marcata sui temi dei diritti, delle identità e del riconoscimento. Non è solo una distinzione di linguaggio: è una competizione per stabilire quale debba essere il baricentro dell’opposizione.

Il richiamo al “woke” serve a Conte per parlare a un elettorato che percepisce una distanza crescente tra le agende culturali delle élite progressiste e le preoccupazioni materiali dei ceti popolari. Salari, casa, sanità, precarietà, costo della vita e diseguaglianze sembrano, in questa lettura, oscurati da un lessico moralistico che fatica a incidere sulla vita quotidiana delle persone. È qui che l’operazione diventa politica: Conte non contesta soltanto una moda culturale, ma prova a ridefinire la gerarchia delle priorità nel campo progressista. Le reazioni confermano la profondità della frattura. Matteo Renzi ha colto l’occasione per rivendicare una critica già espressa da tempo, definendo l’”ubriacatura woke” un danno per la sinistra. Riccardo Magi, da Più Europa, ha respinto invece l’idea che in Italia le battaglie sui diritti abbiano prodotto un eccesso ideologico, ricordando piuttosto i ritardi del Paese su temi come adozioni per coppie gay, educazione sessuale e pieno riconoscimento delle libertà individuali. Silvia Salis, per Alleanza Verdi e Sinistra, ha derubricato il woke a “fantasma” agitato dalla destra per delegittimare lotte femministe e antirazziste.

Il punto è che tutte queste posizioni, prese insieme, mostrano un problema politico evidente: il campo largo non dispone di una sintesi. Ognuno parla a un segmento diverso di opinione pubblica, ma manca una cornice capace di tenere insieme la questione sociale e quella dei diritti senza trasformarle in due fronti contrapposti. La critica al woke diventa così un test di tenuta: non tanto perché il tema sia di per sé decisivo per gli elettori, ma perché rivela la difficoltà di costruire un linguaggio comune. Conte sembra voler usare questa faglia per rafforzare il proprio profilo. La sua operazione ha un doppio destinatario. All’esterno, mira a intercettare chi guarda con sospetto alle battaglie simboliche e chiede risposte più concrete su reddito, lavoro e protezione sociale. All’interno, serve a mettere in discussione l’egemonia culturale del Partito Democratico e a ricordare che un’eventuale coalizione non potrà nascere attorno alla sola agenda identitaria.

Il rischio, però, è che il dibattito si trasformi nell’ennesima guerra di etichette. Parlare di woke senza definire con precisione il fenomeno può diventare un modo per evitare questioni più difficili: quale modello sociale proporre, come redistribuire ricchezza, come finanziare welfare e sanità, come tenere insieme libertà individuali e coesione collettiva. Allo stesso tempo, liquidare ogni critica al woke come un riflesso reazionario significa ignorare un disagio reale verso una certa pedagogia morale percepita come distante, selettiva e spesso incomprensibile fuori dai circuiti politico-mediatici. Il nodo resta dunque irrisolto. Se il campo progressista contrappone diritti e giustizia sociale, perde su entrambi i fronti. Se riduce la questione sociale a un repertorio di slogan, non recupera credibilità popolare. Se difende ogni linguaggio identitario senza interrogarsi sui suoi effetti di chiusura e frammentazione, rischia di parlare solo a sé stesso. E se usa la critica al woke come scorciatoia polemica, senza costruire un’agenda materiale solida, finisce per offrire più tattica che progetto.

La presa di posizione di Conte ha almeno un merito: costringe il centrosinistra a guardare una contraddizione che preferirebbe rinviare. Il campo largo può nascere solo se chiarisce quale idea di società intende proporre. Non basta sommare sensibilità diverse né costruire alleanze contro qualcuno. Serve decidere se il perno sarà la giustizia economica, il riconoscimento identitario, una sintesi credibile tra le due dimensioni o l’ennesimo compromesso ambiguo. Per ora, il dibattito sul woke mostra soprattutto la fragilità della coalizione. Conte prova a usare il tema come leva per ridefinire rapporti di forza e attrarre una parte del centrosinistra in rotta di collisione con l’impostazione più identitaria. Gli altri reagiscono in ordine sparso. Il risultato è che una parola importata dal lessico politico angloamericano diventa in Italia il detonatore di una crisi tutta nazionale: quella di un’opposizione che cerca l’unità, ma continua a dividersi sul vocabolario con cui dovrebbe raccontarla.

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