Nel racconto collettivo che circonda Forza Italia, ogni notizia diventa un indizio, ogni smentita un genere letterario, ogni retroscena un esercizio di fantasia. Il risultato è un partito che sembra esistere più nei titoli dei giornali che nelle sue sedi, sospeso tra rassicurazioni solenni e trame che cambiano a seconda dell’ora del giorno.
C’è un curioso fenomeno che si ripete ogni volta che si parla di Forza Italia, una specie di nebbia narrativa che avvolge tutto e tutti, rendendo impossibile capire dove finisca la realtà e dove cominci la sceneggiatura. Non è una nebbia meteorologica, ma una nebbia di interpretazioni, di ricostruzioni, di ipotesi che si moltiplicano come funghi dopo la pioggia. Ogni giornale la descrive a modo suo, e così il partito appare ora come un tempio di stabilità, ora come un cantiere aperto, ora come un salotto in cui si discute amabilmente del futuro, ora come un’arena in cui si combattono battaglie silenziose. La verità è che nessuno sembra davvero sapere cosa stia succedendo, e forse è proprio questo il punto, perché in politica l’incertezza è spesso più utile della chiarezza.
Il famoso pranzo di Cologno Monzese è già diventato un oggetto di culto. Quattro ore di conversazione che, a seconda della testata, sono state un incontro cordiale, un vertice strategico, un regolamento di conti, un momento di riflessione, un rito di passaggio, un pranzo come tanti o un pranzo come nessun altro. La durata è stata analizzata come se contenesse un messaggio cifrato, un segnale da decifrare, un indizio lasciato lì per chi ha voglia di giocare al piccolo investigatore politico. In Italia anche il tempo è un’opinione, e le opinioni sono più numerose dei commensali.
La famiglia Berlusconi, secondo la versione ufficiale, osserva senza intervenire. Non interviene, non ha mai pensato di intervenire, non interverrà. E se per caso qualcuno dovesse avere l’impressione che stia intervenendo, è solo un malinteso, un effetto ottico, una distorsione prospettica. Una forma di presenza discreta che ricorda quei custodi di museo che non dicono nulla, ma ti seguono con lo sguardo mentre ti avvicini troppo a un quadro. La moral suasion è diventata una parola magica, un modo elegante per dire che si guarda tutto con attenzione, senza toccare nulla, ma lasciando intendere che ogni cosa potrebbe essere toccata in qualsiasi momento.
La leadership di Tajani, ci viene ripetuto, non è in discussione. È un punto fermo, una certezza, una colonna portante. E infatti non se ne discute mai. Si parla solo di ciò che le gira intorno, sopra, sotto e ai lati. Si parla di chi entra, chi esce, chi potrebbe entrare, chi potrebbe uscire, chi forse, chi si dice, chi sussurra, chi interpreta. La leadership non si discute, si racconta. È come un monumento in una piazza italiana, nessuno lo sposta, ma tutti ci girano intorno per capire se è ancora al suo posto.
Il nuovo centro è diventato una figura mitologica. Ogni tanto qualcuno giura di averlo visto, poi arrivano le smentite e si scopre che era solo un riflesso sull’acqua. Il nuovo centro è l’araba fenice della politica italiana, tutti ne parlano, nessuno lo vede, e ogni volta che appare viene subito dichiarato inesistente. È un’idea che vive di vita propria, un concetto che si materializza e si smaterializza come un ologramma, utile più come suggestione che come progetto. Nel frattempo, nel retrobottega del partito, si muove un cast degno di una serie televisiva. Capigruppo che entrano, capigruppo che escono, capigruppo che forse, capigruppo che chissà. Ogni giorno un nome nuovo, un retroscena nuovo, un si dice che nuovo. È la politica delle porte girevoli, ma con più citazioni e meno valigie. Ogni personaggio sembra avere un ruolo in una trama che cambia a seconda del giornale che la racconta, una storia collettiva in cui nessuno è protagonista e tutti sono comprimari.
Eppure, in mezzo a questo carosello, una certezza emerge. Forza Italia vuole tornare alla sua identità liberale. Quale identità, non è chiaro. Di quale anno, nemmeno. Con quale aggiornamento, neppure. È un po’ come quando si dice dobbiamo tornare noi stessi, ma poi nessuno ricorda dove si sono lasciate le chiavi di casa. L’identità liberale è diventata un concetto evocativo, una parola che funziona sempre, come eleganza o tradizione, perché non richiede spiegazioni e permette a tutti di annuire con convinzione. Alla fine, ciò che emerge da tutti questi racconti è un partito che ufficialmente è tranquillo, ufficiosamente è agitato, mediaticamente è un romanzo, politicamente è in movimento, giornalisticamente è un evergreen. Un partito che non si discute, ma di cui tutti discutono. Un partito che cambia ma resta, che resta ma cambia, che come certe opere d’arte contemporanea va interpretato più che guardato. E forse è proprio questo il suo segreto, non essere mai dove lo cercano, ma sempre dove lo raccontano.



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