Nell’apparizione di Beppe Grillo al podcast di Fedez non c’è cronaca politica, ma un fondatore che tenta di riprendersi il diritto di raccontare la propria creatura

Nell’intervento di Beppe Grillo al podcast di Fedez si avverte immediatamente la sensazione di trovarsi davanti a un uomo che non parla per comunicare, ma per riappropriarsi di un territorio simbolico che ritiene sottratto, come se ogni parola fosse un tentativo di riprendere possesso di un mondo che gli è scivolato dalle mani mentre altri ne ridefinivano i confini. Non c’è nulla di casuale nella scelta del luogo, del tono, della postura. Grillo non entra in un’arena politica, entra in una scena narrativa, quasi teatrale, dove la sua voce può tornare a vibrare senza essere compressa dalle liturgie istituzionali. Il palco di Fedez diventa un laboratorio epistemico, uno strumento scelto non per caso, ma perché la parola del fondatore, per essere efficace, deve sottrarsi alle cornici che l’hanno normalizzata. In quello spazio Grillo non deve difendere un programma, o proporre soluzioni e neppure deve convincere qualcuno; in questo contesto Grillo deve difendere un mondo, può evocare significati, e in ultima istanza può destabilizzare i significati presi di mira. È una strategia che appartiene ai fondatori carismatici, i quali, quando la loro creatura si istituzionalizza, cercano luoghi alternativi per riattivare la dimensione originaria del mito, sapendo che il carisma non sopravvive nelle strutture, ma nelle narrazioni.

La frase “sono postumo di me stesso da vivo” non è un artificio retorico, ma un proposito epistemico. Grillo non si dichiara morto, si dichiara sopravvissuto alla propria narrazione, come se il Movimento avesse continuato a vivere senza di lui, trasformandosi in qualcosa che non riconosce più. Questa sopravvivenza lo costringe a collocarsi in una zona liminale, dove il fondatore osserva la propria creatura diventare istituzione e, nel momento in cui la vede irrigidirsi, tenta di riattivare la fluidità originaria attraverso un atto di parola che non è politico nel senso tradizionale, ma meta-politico. È la posizione del legislatore rousseauiano che non può governare ciò che ha fondato, del profeta che denuncia la corruzione del tempio, del demiurgo che vede la propria creazione assumere forme che non aveva previsto. La “postumità”, in questo senso, è una ribellione contro la normalizzazione, il tentativo di sottrarsi alla morte simbolica che la burocrazia infligge al carisma.

La parte dedicata al figlio Ciro, apparentemente estranea alla politica, è invece il fulcro psicologico del discorso. Grillo utilizza il dolore come fonte di autenticità, come se la sofferenza gli conferisse un diritto cognitivo che la politica non può contestare. Il trauma diventa un argomento, la biografia diventa una prova e dunque, di conseguenza, la ferita diventa un’autorità. Chi soffre parla con più verità, chi è ferito vede più chiaramente, chi è colpito ingiustamente ha il diritto di denunciare le ingiustizie del sistema. In questo modo, la difesa del figlio non è solo un atto privato, ma un gesto che prepara il terreno emotivo per la critica politica. Grillo non attacca Conte dall’alto, ma dal basso, non come fondatore tradito, ma come padre ferito, e questa inversione psicologica gli permette di presentare la delegittimazione non come un atto di ostilità, ma come una forma di autodifesa morale. La vittimizzazione strategica, qui, non serve a suscitare pietà, ma a costruire un’autorità morale che precede e giustifica la critica.

L’attacco a Conte, infatti, non è un dissenso politico, è una contestazione identitaria. Grillo non discute le scelte del leader, discute la sua legittimità simbolica. Conte, nella percezione del fondatore, non è semplicemente un capo politico, ma un usurpatore del ruolo paterno, colui che ha preso in mano la creatura senza averne generato il mito. La critica alla “normalizzazione” del Movimento è dunque una critica alla trasformazione del carisma in burocrazia. In questo modo Grillo non accetta che il Movimento sia diventato un partito, perché un partito è ciò che il Movimento non doveva essere. La sua denuncia non riguarda la gestione, le scelte e il presente ma la natura, l’essenzae la genealogia. È una contestazione ontologica e non politica.

In questo quadro, la smentita del nuovo partito assume un significato completamente diverso da quello apparente. Quando Grillo dice di non avere il potere di fondare un partito, non sta chiudendo una porta, sta negando la forma per preservare la funzione. Il fondatore non vuole costruire una nuova struttura, vuole riattivare un nuovo campo semantico. Non gli interessa creare un’organizzazione, piuttosto è interessato a creare un clima emotivo; ecco dunque che esplicita di non volere semplicemente un simbolo, ma vuole un significato. La sua ambiguità non è esitazione, perché esplicita con chiarezza una vera e propria strategia, perché lascia aperta la possibilità di un nuovo polo di influenza senza vincolarlo a una forma istituzionale. È il ritorno del garante, del profeta, del narratore e non del capo politico, e neppure del dirigente, ancor meno del legislatore.

L’intervento di Grillo, dunque, non è un episodio mediatico, ma un tentativo di riposizionamento psicopolitico. Egli cerca di riprendersi il diritto di definire ciò che il Movimento è, ciò che è stato e ciò che potrebbe essere. Non vuole guidare, vuole giudicare, vuole interpretare e rifondare il senso, non pensa in nessun modo ad organizzare, e neppure fondare alcunché. In questo gesto, insieme linguistico, emotivo e simbolico, si manifesta la vera natura del suo ritorno, non un progetto politico, ma una battaglia per l’egemonia del significato. Grillo non vuole un nuovo partito. Vuole un nuovo regime di realtà, un nuovo modo di percepire ciò che è politico, un nuovo linguaggio attraverso cui il Movimento possa essere nuovamente immaginato. E in questa ambizione, insieme nostalgica e rivoluzionaria, si rivela la sua vera intenzione, non tornare al potere, ma tornare al mito.

 

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