di Emanuele Canti

Lo Stalin in salsa campana, fine mandato per De Luca, che lascia una Campania governata come un apparato sovietico, decisioni calate dall’alto, zero partecipazione e il culto di un uomo solo al comando. De Luca, lo zar che ha soffocato la Regione tra dirette social e decreti personali, spegnendo ogni voce diversa dalla sua.

C’è una certa coerenza feroce, quasi militare, nel modo in cui Vincenzo De Luca ha occupato, per dieci anni, la presidenza della Regione Campania. Non quella coerenza illuminata che serve a costruire, ma quella tetragona dei vecchi apparatčik sovietici, quelli che si aggrappavano alla poltrona fino all’ultimo respiro, e intanto pretendevano di spiegare al popolo come si debba vivere, lavorare, respirare.

Il suo decennio è stato un lungo monologo, scandito da dirette Facebook che hanno sostituito i consigli regionali, da conferenze stampa in cui la parola “noi” era bandita e il “io” giganteggiava come uno stendardo sul Cremlino. De Luca non ha mai avuto bisogno di partecipazione, la partecipazione è lenta, fastidiosa, richiede compromesso, mentre lui, come quei vecchi segretari di partito che pretendevano di dirigere un intero continente, ha preferito il colpo secco, la decisione presa in solitudine, l’annuncio roboante seguito dall’applauso degli yes-men di turno.

La Campania sotto De Luca non è stata una regione amministrata, ma un feudo governato per editti. Si è parlato di trasparenza, ma le stanze di Palazzo Santa Lucia sono rimaste chiuse a doppia mandata. Si è parlato di meritocrazia, ma i nomi nei cda e nelle direzioni generali sono sempre stati quelli di un cerchio magico fedele, pronto a lodare il capo anche quando il capo straparlava. E mentre il cittadino, quello vero, chiedeva voce, veniva liquidato come un disturbatore.

Gli piaceva fare lo zar. Non a caso, nei toni, nei moniti, nelle minacce di commissariare comuni, Camere di Commercio o tagliare teste, ricordava i giorni in cui a Mosca si applaudiva fino a spellarsi le mani al nome di Stalin. Il problema è che qui non c’era né la rivoluzione industriale né la vittoria sul nazifascismo a giustificare l’autoritarismo. C’era solo un potere accentrato, autoreferenziale, che fingeva di essere “decisionista” mentre spegneva, giorno dopo giorno, ogni dialettica.

E così, mentre De Luca sciorinava dati e slide come se fossero vangeli, la Campania reale restava ai margini. I giovani se ne andavano, i territori interni languivano, la sanità oscillava tra eccellenze eroiche e voragini organizzative. Ma guai a dirlo, guai a criticare lo zar di Salerno. Chi osava farlo veniva trattato da nemico, da sabotatore, da stolto che non capisce i sacrifici della patria.

Il paradosso è che, a forza di comandare da solo, De Luca è riuscito a far sparire persino la parola “futuro” dal vocabolario politico campano. Cosa resta oggi, alla fine del mandato? Un deserto di idee, un apparato logoro, e un uomo che ancora, davanti alle telecamere, predica come se fosse nel 1975, come se Krusciov non fosse mai stato destituito, come se Brežnev fosse lì dietro a prendere appunti.

Ma la storia, purtroppo o per fortuna, non ha pietà per i viceré. Gli Stalin finiscono nel mausoleo, i Krusciov nei libri di barzellette. E i De Luca? Restano a metà, figure da museo delle cere che ogni tanto tornano a parlare di piani regolatori e rilanci miracolosi, mentre la gente comune continua ad aspettare strade, lavoro, ospedali degni di questo nome.

Montanelli avrebbe sorriso amaramente, “È il solito vizio italiano, travestire l’autoritarismo da efficienza”. Ma qui non c’è nemmeno l’efficienza. C’è solo un vecchio comunista di ferro, con i metodi del comitato centrale, che ha scambiato la Campania per la sua dacia sul Mar Nero. E noi, poveri spettatori, possiamo solo sperare che il sipario cada in fretta, prima che sul palco non restino che polvere e sarcasmo.

 

Leave a Reply

  • (not be published)