Il 23 Novembre 1980 alle ore 19: 34 la terra tremò per 90 secondi sbriciolando il passato,  il presente e il futuro dell’Irpinia. Il terremoto dell’80, 6.9 magnitudo Richter, sarà ricordato come la più grande tragedia del secondo dopoguerra, il drammatico bilancio fu di 2.914 morti, 8.848 feriti,280.000 sfollati.

A distanza di quarant’anni, le parole del Presidente Pertini, giunto sul luogo della tragedia, tuonano vivide e dolorose nei ricordi di sopravvissuti e dei soccorritori:

“Non vi sono stati i soccorsi immediati che avrebbero dovuto esserci. Ancora dalle macerie si levavano gemiti, grida di disperazione di sepolti vivi. Fate presto”

Saranno queste parole a dare un forte acceleratore alla politica, agli interventi di soccorso, alla pianificazione della ricostruzione.

Ed è proprio sulla ‘ricostruzione’ che vorrei soffermarmi ,sull’evocazione che tale parola suscita nella memoria comune.

Ricostruire,  costruire di nuovo, rifare ciò che è stato distrutto; dal latino: reconstrùere, composto da re- di nuovo e construere costruire, a suo volta composto da con- insieme e struere ammassare.

In burocratese ‘Ricostruzione’ è il grimaldello attorno al quale ruotano leggi costi e tempi, ma la ricostruzione di un intero paese, di una casa, di una chiesa, riguarda le persone,  perché è nelle persone che qualcosa è crollato. In pochi secondi si sono spezzati legami antichi, familiari, sociali, culturali. Il sisma dell’80 ha cancellato il filo conduttore che tiene insieme il passato e il futuro. I piccoli villaggi dell’irpinia, le piccole comunità rurali ,contadine, si sono ritrovate a dover ricomporre la propria identità in un piano di società industriale, estraneo, fuori tempo. Ed è in questo fuori tempo, che si inserisce il fallimento del piano di ricostruzione da 57 miliardi messo in campo dallo Stato e su cui ha gravato la mano della criminalità, degli interessi bancari, della politica.

La Storia dell’Irpinia è la storia interrotta di un territorio abitato dai fantasmi del passato, di un popolo contadino a cui il terremoto ha cancellato il presente e la politica ha scippato il futuro.

Quarant’anni dopo, la domanda è  la stessa: quale futuro per l’Irpinia?

E la risposta è nel passato, perché c’è stato un dopo terremoto, ma c’è stato anche un prima. Ed è in quel prima che vanno ricercate le cause e gli effetti del fallimento del piano di ricostruzione. Oggi , forse, i tempi sono maturi per la ricostruzione culturale dell’irpinia rurale.

 

Discorso del Presidente Pertini Ad imperitura memoria di ciò che accade.

‘Italiane e italiani, sono tornato ieri sera dalle zone devastate dalla tremenda catastrofe sismica. Ho assistito a degli spettacoli che mai dimenticherò. Interi paesi rasi al suolo, la disperazione poi dei sopravvissuti vivrà nel mio animo. Sono arrivato in quei paesi subito dopo la notizia che mi è giunta a Roma della catastrofe, sono partito ieri sera. Ebbene, a distanza di 48 ore, non erano ancora giunti in quei paesi gli aiuti necessari. E’ vero, io sono stato avvicinato dagli abitanti delle zone terremotate. Che mi hanno manifestato la loro disperazione e il loro dolore, ma anche la loro rabbia», così il Presidente Pertini all’indomani della visita in Irpinia.

Non è vero, come ha scritto qualcuno che si sono scagliati contro di me, anzi, io sono stato circondato da affetto e comprensione umana. Ma questo non conta. Quello che ho potuto constatare è che non vi sono stati i soccorsi immediati che avrebbero dovuto esserci. Ancora dalle macerie si levavano gemiti, grida di disperazione di sepolti vivi.

E i superstiti presi di rabbia mi dicevano: ‘ma noi non abbiamo gli attrezzi necessari per poter salvare questi nostri congiunti, liberarli dalle macerie’. Io ricordo anche questa scena: una bambina mi si è avvicinata disperata, mi si e’ gettata al collo e mi ha detto piangendo che aveva perduto sua madre, suo padre e i suoi fratelli. Una donna disperata e piangente che mi ha detto ‘ho perduto mio marito e i miei figli’. E i superstiti che li’ vagavano fra queste rovine, impotenti a recare aiuto a coloro che sotto le rovine ancora vi erano. Ebbene, io allora, in quel momento, mi sono chiesto come mi chiedo adesso, questo.

Nel 1970 in Parlamento furono votate leggi riguardanti le calamità naturali. Vengo a sapere adesso che non sono stati attuati i regolamenti di esecuzione di queste leggi. E mi chiedo: se questi centri di soccorso immediati sono stati istituiti, perché non hanno funzionato?

Perché a distanza di 48 ore non si è fatta sentire la loro presenza in queste zone devastate? Non bastano adesso. Vi è anche questo episodio che devo ricordare, che mette in evidenza la mancanza di aiuti immediati. Cittadini superstiti di un paese dell’Irpinia mi hanno avvicinato e mi hanno detto: ‘Vede, i soldati ed i carabinieri che si stanno prodigando in un modo ammirevole e commovente per aiutarci, oggi ci hanno dato la loro razione di viveri perché noi non abbiamo di che mangiare’. Non erano arrivate a quelle popolazioni razioni di viveri.

Quindi questi centri di soccorso immediato, se sono stati fatti, ripeto, non hanno funzionato. Vi sono state delle mancanze gravi. Non vi è dubbio, e quindi chi ha mancato deve essere colpito. Come è stato colpito il prefetto di Avellino , che è stato rimosso giustamente dalla suacarica. Adesso non si può pensare soltanto ad inviare tende in quelle zone. Sta piovendo, si avvicina l’inverno, e con l’inverno il freddo. E quindi è assurdo pensare di ricoverarli, pensare di far passare l’inverno ai superstiti sotto queste tende. Bisogna pensare a ricoverarli in alloggi questi superstiti. E poi bisogna pensare a una casa per loro. Su questo punto io voglio soffermarmi, sia pure brevemente. Non deve ripetersi quello che è avvenuto nel Belice. Io ricordo che sono andato in visita in Sicilia. Ed a Palermo venne il parroco di Santa Ninfa con i suoi concittadini a lamentare questo: che a distanza di 13 anni nel Belice non sono state ancora costruite le case promesse.

I terremotati vivono ancora in baracche. Eppure allora fu stanziato il denaro necessario. Le somme necessarie furono stanziate. Mi chiedo: dove è andato a finire questo denaro? Chi è che ha speculato su questa disgrazia del Belice? E se vi è qualcuno che ha speculato, io chiedo: costui è in carcere, come dovrebbe essere in carcere? Perché l’infamia maggiore, per me, è quella di speculare sulle disgrazie altrui. Quindi, non si ripeta, per carità, quanto è avvenuto nel Belice, perché sarebbe un affronto non solo alle vittime di questo disastro sismico, ma sarebbe un’offesa che toccherebbe la coscienza di tutti gli italiani, della nazione intera e della mia prima di tutto.

Quindi si provveda seriamente, si veda di dare a costoro al più presto, a tutte le famiglie, una casa. Io ho assistito anche a questo spettacolo. Degli emigranti che erano arrivati dalla Germania e dalla Svizzera. E con i loro risparmi si erano costruiti una casa, li ho visti piangere dinanzi alle rovine di queste loro case. Ed allora: non vi è bisogno di nuove leggi, la legge esiste. Ecco perché io ho rinunciato ad inviare, come era mio proposito in un primo momento, un messaggio al parlamento.

Si applichi questa legge e si dia vita a questi regolamenti di esecuzione.  Si cerchi subito di portare soccorsi ai superstiti e di ricoverarli non in tende ma in alloggi dove possano passare l’inverno e attendere che sia risolta la loro situazione. Perché un appello voglio rivolgere a voi, italiane e italiani, senza retorica. Un appello che sorge dal mio cuore, di un uomo che ha assistito a tante tragedie, a degli spettacoli, che mai dimenticherò, di dolore e di disperazione in quei paesi. A tutte le italiane e gli italiani: qui non c’entra la politica, qui c’entra la solidarietà umana. Tutte le italiane e gli italiani devono mobilitarsi per andare in aiuto a questi fratelli colpiti da questa nuova sciagura. Perché, credetemi, il modo migliore di ricordare i morti è quello di pensare ai vivi” .

 

 

Mafalda Maria Cristina Cocozza
Giornalista Pubblicista - Linguista - Consulente Comunicazione Politico/ Istituzionale.

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