di Cosimo Callisto

 

Nella notte di Ferragosto, quando il silenzio del Sannio avvolge i vicoli medievali, una banda e un banditore risvegliano la comunità con un invito corale. La “Matinata” non è solo l’annuncio della festa di San Rocco. Ma rappresenta la memoria viva di un popolo che si riconosce in un rito antico, un ponte tra generazioni e tra chi è rimasto e chi ritorna dall’emigrazione.

Accade a Molinara, borgo del Fortore beneventano, nella notte tra il 15 e il 16 agosto. È un’ora insolita, a metà tra veglia e sonno, quando le case sono chiuse e le strade sembrano immobili. All’improvviso, il suono squillante di una banda musicale irrompe nei vicoli e, insieme, una voce antica prende corpo, si tratta del banditore della “Matinata”, che con tono solenne e ritmato invita i capifamiglia a prendere parte alla Messa in onore di San Rocco. Non è un semplice annuncio. È un richiamo che rompe il tempo quotidiano, che mette in moto la memoria collettiva e che segna l’avvio ufficiale della festa patronale. Le finestre si aprono, le famiglie ascoltano, qualcuno sorride, altri si commuovono, tutti riconoscono in quelle parole un atto di appartenenza.

La formula della “Matinata” è semplice, ripetitiva, ma carica di simbolismo, il banditore cita il nome del capofamiglia e lo invita “con allegrezza e contentezza” a partecipare alla celebrazione religiosa. In quelle parole si riconosce un intero mondo fatto in cui si riconosce la centralità della famiglia, la coesione comunitaria, l’idea che nessuno possa restare escluso dal rito collettivo. Il valore delle feste insegna che ogni comunità ha i propri meccanismi per rigenerarsi, e la “Matinata” è uno di questi. È la voce pubblica che ridisegna la mappa sociale, che passa in rassegna le case e le persone, rinnovando legami e ruoli. È la memoria orale che resiste alla modernità, trasmessa di generazione in generazione senza perdere intensità.

Molinara, come molti paesi del Sannio, ha conosciuto il fenomeno dell’emigrazione. Molti dei suoi abitanti sono partiti per il Nord Italia, per l’Europa, per le Americhe. Eppure, Ferragosto e San Rocco restano il momento del ritorno. La “Matinata” diventa così anche un rito della diaspora, chi rientra trova ad accoglierlo la stessa voce, lo stesso canto, lo stesso invito che i nonni e i bisnonni avevano ascoltato.

Per questo la “Matinata” non è solo un rito religioso. È un atto di continuità culturale, un legame affettivo che supera le distanze e i decenni. La “Matinata” introduce alla celebrazione religiosa del 16 agosto, con la vestizione della statua di San Rocco, la Messa solenne e la processione, perché avviene tra la notte e il giorno, tra la quiete privata e la dimensione pubblica, tra il tempo della vita ordinaria e quello della festa.

In questa soglia, il paese si risveglia come comunità compatta, riscopre se stesso e si proietta in un futuro che, pur incerto, trova ancora radici nella tradizione. In un’epoca di digitalizzazione e di frammentazione sociale, la “Matinata” di Molinara resiste come pratica di coesione. Non ha bisogno di social network per esistere perché è la comunità stessa a diventare rete, a tenere viva la parola e la musica che annunciano la festa. Ogni anno, nel cuore della notte di Ferragosto, Molinara dimostra che la tradizione non è nostalgia, ma identità vissuta. La “Matinata” è il suo inno silenzioso e potente, è la voce che ricorda a ciascuno di appartenere a una storia comune.

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