La Francia brucia di rabbia e di debiti ma si presenta in campo con la sufficienza di sempre. L’Italia pareggia senza incantare e ricorda a Parigi che la dignità non si decreta. Una Francia in cerca di sé entra allo Stade de France con la boria di Darcy al ballo di Meryton. L’Italia risponde come Elizabeth Bennet, senza dote e senza inchini. Il pareggio, a guardar bene, è la lettera di Hunsford.
Un Paese si capisce da come scende in campo la sua nazionale. La Francia di questi giorni è un palazzo che scricchiola: i licei in rivolta, i lavoratori nelle piazze, i trattori che assediano Parigi, un Parlamento che non decide e un debito che sale come la febbre. Eppure allo Stade de France è entrata con l’aria di chi sa già come finirà, con quella spocchia elegante che i francesi scambiano per un tratto identitario, come il burro in cucina o la grandeur nei discorsi ufficiali. Il romanzo che presta il titolo a queste righe lo spiega bene. L’orgoglio può salvare, il pregiudizio condanna. Il pregiudizio francese consiste nel credere che la tradizione basti a vincere, che il nome basti a convincere, che la spocchia faccia le veci di una strategia. L’orgoglio italiano, ieri sera, è stato un’altra cosa, non ha avuto bisogno di proclami né di bella messa in scena; è rimasto in piedi quando tutto il resto mancava.
Chi ha letto Jane Austen ricorderà il ballo di Meryton, dove il signor Darcy entra in sala con una rendita da diecimila sterline l’anno e l’aria di chi concede la propria presenza a una provincia grata. Si guarda attorno, giudica, e quando gli suggeriscono di invitare la giovane Elizabeth risponde che è passabile, ma non abbastanza bella da tentarlo. Lei lo sente, sorride, e da quel momento la partita è aperta.
Ho rivisto quella scena allo Stade de France. La Francia è entrata in campo con lo stesso passo, lo sguardo di chi misura il terreno e gli avversari con la sufficienza dell’erede, la certezza che il nome basti e che il resto sia una formalità da sbrigare con eleganza. Chi non conosce le cronache dei giorni scorsi avrebbe pensato a una nazione serena, sicura di sé, padrona della propria casa. La casa, invece, sta cedendo, un Parlamento che non riesce a decidere, il debito che cresce senza chiedere permesso, insomma, fuori dallo stadio nessuno sapeva più nulla. Chi guidasse il Paese, dove andasse, quanto ancora avrebbe retto la corda, dentro, invece, si recitava la parte della maestra d’Europa. Anche Darcy, a ben vedere, aveva una dimora splendida e un patrimonio da custodire, e la sua vera forza stava nel fatto che nessuno osasse ricordargli quanto pesassero i doveri che quel patrimonio comportava. Pemberley è bellissima finché qualcuno la governa. La Francia somiglia a Pemberley con l’amministratore in fuga, i muri intatti, i giardini in ordine e la fiducia che si incrina nelle stanze interne.
Diciamocela tutta, l’Italia non ha giocato una grande partita, va detto con franchezza. Non ha dominato né incantato, e nessuno ricorderà un suo gesto tecnico, ma ha fatto una cosa più vecchia e più semplice: ha resistito. Ha tenuto il campo con quell’ostinazione che da noi si impara presto, perché nessuno ce la regala e nessuno ce la insegna, e dunque il pareggio per 1 a 1 vale più del suo punteggio. La Francia voleva imporsi e non c’è riuscita, proprio come non riesce a imporsi sul debito, sulla rabbia sociale, sulla paralisi delle istituzioni. Chi non governa le proprie piazze fatica a governare un pallone, e il calcio, che è un piccolo specchio, a volte anticipa la politica.
L’Italia, in questa storia, è Elizabeth. Non ha una grande rendita né un grande nome da spendere. Ha una famiglia un po’ disordinata, una reputazione che gli altri ritengono sempre da verificare, e un carattere che si è formato nella necessità di cavarsela da sola. Elizabeth non vince perché è la più bella o la più ricca. Vince perché ascolta, risponde con prontezza e non si lascia impressionare dai titoli. Gli azzurri, ieri sera, non hanno incantato nessuno, ma hanno fatto il lavoro più ingrato del calcio, quello di chi non ha il pallone, non ha il pronostico e non ha la simpatia dell’arbitro e delle cronache. Hanno tenuto la linea, si sono aiutati, hanno rifiutato di sentirsi piccoli. Naturalmente, l’orgoglio dell’Italia è una buona qualità finché resta tenacia, ma attenzione, può diventare un vizio quando si trasforma in alibi. Don dimentichiamo che c’è un modo tutto nazionale di compiacersi del proprio disordine, di scambiare la fatica per un merito in sé, di raccontarsi come i migliori quando si è con le spalle al muro. Un pareggio strappato con i denti non è un metodo: Elizabeth non vince perché è povera e fiera, vince perché, quando capisce di aver sbagliato, ha il coraggio di cambiare idea.
C’è nel romanzo un momento che spiega tutto, ed è la prima proposta di Darcy. Si dichiara con una frase memorabile, perché le dice di amarla ma non smette un istante di elencare tutto ciò che quell’amore gli costa, la famiglia di lei, la condizione, l’inferiorità sociale. Crede di farle un dono e di meritare gratitudine. Elizabeth rifiuta, e lo fa con una durezza che lo lascia senza parole. Il gioco della Francia, ieri sera, assomigliava a quella proposta, una superiorità offerta come un favore, un possesso palla da concedere, una prestazione che dovrebbe bastare a essere riconosciuta. L’Italia non ha accettato, non si è fatta dettare il ritmo né il tono e non ha ringraziato per l’onore. Il pareggio, più che un risultato, è quel rifiuto, detto senza clamore ma in modo che non restino dubbi. Non è una vittoria e sarebbe ridicolo spacciarla per tale, è però una lezione, e Parigi dovrebbe leggerla con più attenzione dei commentatori. Quando un Paese perde il contatto con la realtà, la realtà non gli presenta il conto con una disfatta, al contrario, glielo lascia sul tavolo con un pareggio, che pesa come una verità.
Sarebbe però un errore, e Austen lo sapeva meglio di chiunque, raccontare questa storia come la vittoria di una virtù sull’altra. Il romanzo è scritto con una cattiveria sottile proprio perché il pregiudizio non appartiene solo a Darcy. Elizabeth si fida di Wickham perché è simpatico, giudica Darcy dalle apparenze e ci mette quasi un anno a capire quanto sia stata ingiusta; per questo il pregiudizio, nel libro, è un difetto di chi si sente dalla parte giusta. Il romanzo finisce con un matrimonio, e l’Europa non è un romanzo di Austen. Eppure l’immagine dell’incontro finale tra i due, dopo aver superato ciascuno il proprio difetto, è quella che servirebbe a tutti. Un’Italia meno compiaciuta della propria arte di arrangiarsi e una Francia meno innamorata del proprio riflesso. Due Paesi che si guardano senza il peso della sufficienza e senza quello del rancore. Per ora restiamo al ballo di Meryton, con un pareggio che nessuno ha davvero voluto e che tutti, a modo loro, hanno meritato. La Francia ha imparato che il nome non basta, l’Italia dovrebbe imparare che nemmeno la fierezza basta. Chi capirà per primo la lezione, come nel romanzo, avrà il merito più raro, quello di aver cambiato giudizio in tempo.






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