Concepita in relazione alla collezione del Madre, Utopia Distopia: il mito del progresso partendo dal Sud intende indagare attraverso le opere di cinquantacinque artisti italiani e internazionali, le pratiche contemporanee che hanno risposto ai massicci cambiamenti sociali dell’ultimo mezzo secolo: urbanizzazione, industrializzazione, creazione di nuove periferie urbane, svuotamento delle campagne, lotte relative alle libertà e alle restrizioni del corpo.

Il percorso espositivo propone un’analisi delle speranze utopistiche messe a confronto con le esperienze distopiche dell’era moderna, con particolare attenzione al Mezzogiorno, oltre alla rappresentazione del sostanziale fallimento delle logiche, spesso violente, che muovono l’ideologia del progresso – fallimento anche di un sistema che si è sovraccaricato, di cui abbiamo vissuto la dimostrazione durante l’ultimo anno della pandemia. Dalle osservazioni nitide di Mimmo Jodice sulle periferie urbane, sulle architetture industriali e sui paesaggi del sud Italia tra gli anni Sessanta e Settanta, agli omaggi fotografici di Antonio Biasiucci ai villaggi abbandonati e alla vita pastorale in Campania, fino alle indagini di Raffaela Mariniello e Ibrahim Mahama sullo spazio industriale di Bagnoli con la sua potente e tossica bellezza. Attraverso sei sezioni – Spazio Urbano, Spazio Rurale, Spazio Periferico, Spazio Industriale, Spazio Extraterritoriale e Spazio del Corpo – viene esplorato anche il potenziale dell’intervento artistico di aprire spazi di trasformazione all’interno di realtà distopiche, e di creare alternative. Joseph Beuys ha scritto sul manifesto della sua mostra a Napoli del 1971 (creato sulla base di un’opera fotografica qui in mostra): La rivoluzione siamo noi.

L’ideologia moderna del progresso afferma la capacità degli esseri umani di rimodellare la propria vita e il proprio ambiente con l’aiuto della tecnologia e della scienza, creando nuove infrastrutture e dando accesso a servizi medici, all’educazione e al lavoro salariato. Nuove scelte e libertà erano le prospettive delle donne e degli individui emarginati o economicamente svantaggiati. Molti di loro si sono trovati isolati nelle periferie, in piccoli nuclei familiari e con un lavoro precario, mal pagato e spesso pericoloso. Aprire spazi di scambio e sperimentazione artistica nelle periferie è stata una delle grandi utopie che hanno animato diversi artisti nel contesto napoletano a partire dalla fine degli anni Sessanta. Esemplare è stato il lavoro di Riccardo Dalisi, che ha collaborato con gli artigiani e i giovani del Rione Traiano. Nello stesso periodo, Tomaso Binga ha interpretato, attraverso le sue opere, la visione mediatica dominante della donna come oggetto sessuale, lontana dall’indipendenza e dal rispetto dichiarato da una società che si proclamava progressista.Un gran numero di artiste e artisti ha cercato una via d’uscita da un apparente vicolo cieco, mettendo in discussione, in prospettiva storica, l’ordine costituito e le norme comunemente accettate.

Dal periodo dell’unificazione d’Italia, vissuta spesso come l’indebita imposizione di un sistema economico e sociale settentrionale, l’esistenza di un sud svalorizzato e sfruttato viene rinforzata, come ci ricorda l’opera in mostra di Giulio Delvè, Viva il Brigantaggio. Il progresso e il sistema economico di crescita del capitale richiedono un’espansione costante, lavoro a basso costo, nuove risorse. Gli artisti Bianco-Valente lavorano con varie comunità sugli effetti nel Mezzogiorno di questo sistema, che ha portato all’espropriazione dei terreni, alla migrazione verso il nord e le grandi città, con la conseguenza della perdita delle radici, dell’identità culturale e della memoria. Il sociologo francese Pierre Bourdieu ha definito il neoliberismo come “un programma di distruzione delle strutture collettive capaci di ostacolare la logica del mercato puro” (Le Monde diplomatique, dicembre 1998). Nonostante ciò, il sud si afferma come territorio dove queste strutture e valori vengono preservati e dove si celebra ancora, collettivamente, l’estrema bellezza e fragilità dell’esistenza: un territorio dove si può immaginare un altro futuro.

Gli artisti: Francesco Arena, Betty Bee, Joseph Beuys, Monica Biancardi, Bianco-Valente, Antonio Biasiucci, Tomaso Binga, Eduardo Castaldo, Tonino Casula, Patty Chang e David Kelley, Danilo Correale, Riccardo Dalisi, Alexandre de Cunha, Giulio Delvè, Maria Adele Del Vecchio, Romina De Novellis, Baldo Diodato, Salvatore Emblema, Bruna Esposito, Cherubino Gambardella, Eugenio Giliberti, Didi Gnocchi, Goldschmied & Chiari, Gruppo XX, John DiLeva Halpern, Rebecca Horn, Michele Iodice, Mimmo Jodice, Kiluanji Kia Henda, Désirée Klain e Matteo Antonelli, Maria Lai, Ibrahim Mahama, Domenico Antonio Mancini, Lina Mangiacapre, Umberto Manzo, Raffaela Mariniello, Margherita Moscardini, Raffaela Naldi Rossano, Temitayo Ogunbiyi, Catherine Opie, Giulio Paolini, Athena Papadopoulos, Perino & Vele, Felice Pignataro, Giulia Piscitelli, Paolo Puddu, Annalisa Ramondino, Justin Randolph Thompson, Francesco Rosi, Mathilde Rosier, Rosy Rox, Melita Rotondo, Roxy in the Box, Franco Silvestro, Eugenio Tibaldi.

 

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