Il presidente della Comunità ebraica di Milano parla di metodi da Terzo Reich e chiede le dimissioni del sindaco e della giunta. All’origine una richiesta di dissociazione rivolta a educatori ebrei americani e israeliani. Ne nascono un caso internazionale, un danno d’immagine per il Paese e una questione di principio sull’idea stessa di persona.
Le parole di Walker Meghnagi, presidente della Comunità ebraica di Milano, hanno la forza di una detonazione politica e morale, e hanno portato il caso Reggio Children al centro di una crisi che ormai varca i confini nazionali. Meghnagi parla di “metodi da Terzo Reich”, evoca Goebbels e Farinacci, accusa l’amministrazione comunale di Reggio Emilia di avere adottato pratiche discriminatorie verso educatori ebrei americani e israeliani e chiede apertamente le dimissioni del sindaco e della giunta. Nel panorama istituzionale italiano espressioni così dure si ascoltano di rado. Siamo oltre la critica e davanti a una condanna.
Secondo la ricostruzione dei media internazionali, Reggio Children avrebbe chiesto agli educatori ebrei di firmare una dichiarazione di dissociazione dalle azioni del governo israeliano nella guerra a Gaza. La richiesta sarebbe stata percepita come rivolta agli ebrei in modo specifico, e non all’insieme dei partecipanti, e dunque come una forma di profilazione identitaria. I docenti americani hanno rinunciato alla visita. La notizia ha avuto un’eco immediata sulla stampa americana e israeliana, dove Jewish Insider, Times of Israel, Ynetnews e La Voce di New York hanno parlato di antisemitismo istituzionale, di un test politico imposto agli ebrei, di uno screening ideologico fondato sulla religione.
Da quel momento la vicenda ha smesso di appartenere a una città sola. L’Italia si è trovata trascinata, suo malgrado, dentro un racconto pesante, quello di un Paese in cui un’istituzione pubblica chiede agli ebrei di dichiarare la propria posizione politica in quanto ebrei. Per i media americani, un racconto che fa apparire gli italiani come un popolo disposto a tollerare pratiche filo-naziste nelle proprie amministrazioni locali. Qui si apre il capitolo più doloroso, quello del danno d’immagine. Quando una notizia simile viene rilanciata dai telegiornali americani, a essere giudicata è l’Italia intera e non soltanto l’Amministrazione Comunale di Reggio Emilia. Una Repubblica che ha edificato la propria identità sulla memoria della Shoah, sulla lotta al fascismo e sulla tutela delle minoranze si ritrova associata a un episodio che, se confermato, contraddice la sua stessa storia istituzionale. Il danno d’immagine ha una consistenza giuridica, politica e culturale ben precisa. Significa perdita di credibilità, di fiducia, di reputazione internazionale. Significa che un’amministrazione locale, con un gesto percepito come discriminatorio, può compromettere il modo in cui un intero Paese viene guardato dal mondo.
Il caso solleva poi questioni giuridiche che non possono essere eluse. Se la richiesta fosse stata rivolta soltanto agli educatori ebrei, si configurerebbe una discriminazione diretta, vietata dalla Costituzione agli articoli 3 e 19, dalla Carta dei diritti fondamentali dell’Unione europea all’articolo 21, dalla Convenzione europea dei diritti dell’uomo agli articoli 9 e 14 e dalla legislazione italiana contro le discriminazioni etniche e religiose. Nel nostro ordinamento la libertà religiosa non si esaurisce nella libertà di culto e comprende anche la libertà dall’attribuzione politica. Nessuna istituzione può chiedere a un individuo di prendere posizione su un conflitto internazionale in ragione della sua identità religiosa. È un principio giuridico e, prima ancora, un principio filosofico, perché la persona non coincide con la propria appartenenza. Se poi si fosse proceduto all’analisi dei profili social dei docenti per accertarne le opinioni politiche o religiose, si aprirebbe un ulteriore fronte, quello della violazione del GDPR, che vieta il trattamento di dati sensibili senza consenso esplicito. La profilazione identitaria sarebbe allora qualcosa di più di un illecito amministrativo. Assumerebbe i tratti di una biopolitica, un’intrusione nella sfera privata che contraddice la natura stessa di un’istituzione educativa.
Da qui si arriva alla dimensione più profonda della vicenda, la crisi filosofico giuridica, che attiene strettamente alla sfera della Filosofia del Diritto. Le democrazie poggiano su un’idea semplice e difficile, secondo cui ogni individuo è una persona e non il rappresentante di un gruppo. La Repubblica italiana nasce dal rifiuto radicale che un cittadino possa essere giudicato, schedato o costretto a dichiarare qualcosa in quanto appartenente a una categoria identitaria. È il cuore della cultura costituzionale post-fascista. Per questo il richiamo al Terzo Reich va letto oltre la misura retorica. Rimanda alla genealogia della nostra democrazia e dice che in gioco non c’è un errore amministrativo, ma la violazione di un principio che fonda la nostra identità istituzionale. La memoria della Shoah, in questo senso, è un dispositivo morale che orienta il giudizio sulle istituzioni prima che un fatto storico. Quando una comunità ebraica avverte una discriminazione, la memoria diventa subito un metro di valutazione.
Il caso Reggio Children, allora, vale più di un incidente. È un paradigma della fragilità delle istituzioni democratiche in un mondo polarizzato. Mostra come la politica globale possa irrompere nelle istituzioni locali, come l’identità religiosa possa essere trasformata in categoria politica, come la neutralità educativa possa piegarsi a pressioni ideologiche, come la fiducia pubblica possa incrinarsi per un singolo gesto percepito come discriminatorio. Soprattutto ricorda che la legittimità di un’istituzione non è acquisita una volta per tutte e va custodita, protetta, difesa. Un’istituzione educativa che perde la propria neutralità perde la propria credibilità, e una città che perde credibilità rischia di trascinare con sé l’immagine di un intero Paese. Le istituzioni non possono permettersi ambiguità quando si parla di identità, di diritti, di memoria e di dignità. La democrazia vive nella cura dei dettagli, e un dettaglio sbagliato può diventare, come in questo caso, una crisi nazionale.







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