Nell’anno in cui Tangentopoli travolge i partiti e nasce il sindaco eletto dai cittadini, la laguna sceglie Massimo Cacciari. Con Cesare De Piccoli accanto, la città sperimenta una leadership plurale che anticipa le amministrazioni di domani.
Il 1993 è l’anno in cui la politica italiana cambia pelle. Non segna soltanto la fine della Prima Repubblica, ma inaugura un modo diverso di governare le città e di intendere il potere locale, e fa nascere leadership che non escono più dai partiti ma dai territori. Tangentopoli disintegra le architetture del Novecento, la crisi giudiziaria travolge Dc, Psi, Pri e Psdi, il sistema proporzionale si sgretola, nel vuoto che si apre emergono figure nuove, ibride, spesso inattese. E Venezia diventa un laboratorio politico nazionale. Il passaggio decisivo è l’elezione diretta del sindaco, con essa le città diventano il luogo primario della rappresentanza e cedono il passo ai professori, ai tecnici, ai civici, agli amministratori di frontiera. In questo scenario la città lagunare compie una scelta che fa discutere., perché affida il governo a un filosofo, non a un politico di professione, non a un uomo di partito, non a un dirigente di apparato. Elegge Massimo Cacciari, intellettuale europeo e teorico della complessità, capace di incarnare l’idea di una guida che sia culturale prima ancora che amministrativa. La sua vittoria vale come segnale nazionale, e le città, dice quel voto, cercano visione oltre che gestione.
La Venezia che Cacciari trova è attraversata da una crisi su più fronti. Sul piano demografico il centro storico si svuota; su quello economico il porto e il turismo entrano in conflitto; su quello ambientale la laguna è un sistema fragile, in bilico; su quello politico la classe dirigente precedente è implosa. Il nuovo sindaco risponde con una visione precisa: Venezia non è un museo né una cartolina, non è il residuo di un passato glorioso, ma una città europea, un nodo culturale, un banco di prova per politiche urbane avanzate. Per tradurre quell’idea in governo, tuttavia, servono una struttura e un equilibrio, serve una seconda voce.
Questa voce ha il volto di Cesare De Piccoli. È il politico che conosce la città, che dialoga con le categorie economiche, che tiene unita la coalizione e che sa trasformare una strategia in procedura. Cacciari lo definisce pubblicamente “il mio co‑sindaco”, e non è una formula d’occasione, ma una vera e propria dichiarazione di un metodo. Alla visione e alle relazioni nazionali ed europee, alla cultura e all’urbanistica alta del sindaco filosofo si affiancano la mobilità, i trasporti, le partecipate, la gestione quotidiana e la mediazione politica affidate al suo interlocutore. Cacciari immagina, De Piccoli costruisce. Il primo parla al mondo, il secondo parla alla città.
La formula funziona perché rispecchia la natura stessa di Venezia, città anfibia, complessa, fragile, che vive di equilibri e di doppie identità e che mal sopporta un unico centro decisionale. La stampa dell’epoca lo intuisce subito e parla di “regia a due”, di “governo parallelo”, di “diarchia veneziana”. In un Paese che ha smarrito le proprie strutture di partito, quell’esperienza si propone come modello, dove finalmente la leadership non è più monolitica, ma diventa plurale.
Per tutta la stagione amministrativa di Cacciari la doppia guida accompagna le grandi sfide della città. Riorganizzare le partecipate, modernizzare i trasporti, difendere la laguna, ridefinire il rapporto con Roma, costruire un’identità urbana nuova. Più che di due sindaci si può parlare di un’unica leadership divisa in due funzioni, una forma di governo che anticipa la fine del sindaco solitario e l’avvento delle amministrazioni plurali.
L’eredità che ne resta è nitida. Un modo diverso di intendere la guida delle città, capace di tenere insieme visione e gestione, un modello che prefigura le giunte tecniche e i sindaci manager degli anni Duemila. La consapevolezza, infine, che le realtà complesse esigono più di una sola voce. Il 1993 non è soltanto l’anno in cui Cacciari diventa sindaco, è l’anno in cui Venezia inventa una forma di governo che le somiglia, non un capo ma una coppia, non un sindaco ma una diarchia.








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