
La donna, premiata nel 2022 dal Parlamento europeo, dovrà risarcire l’ex compagno Giuseppe Apadula per la prolungata privazione del rapporto padre-figlio. La Corte riconosce un danno non patrimoniale autonomamente risarcibile e dispone il pagamento di oltre 156mila euro.
La Corte di Appello di Roma, Sezione per i minorenni, ha condannato Laura Massaro al pagamento di 156.440 euro in favore dell’ex compagno Giuseppe Apadula, assistito dall’avvocato Egidio Lizza, per la prolungata privazione del rapporto tra padre e figlio. La decisione, pronunciata in sede di rinvio dopo l’intervento della Corte di Cassazione, assume particolare rilievo nell’ambito del dibattito sulla bigenitorialità e sugli effetti delle condotte che ostacolano, in modo prolungato, la relazione tra un genitore e il figlio. Laura Massaro era diventata negli anni un caso di rilievo nazionale, anche per la forte esposizione mediatica e politica della vicenda. Nel 2022 era stata premiata dal Parlamento europeo come “madre coraggio”, diventando simbolo per quanti contestano l’uso dell’accusa di alienazione parentale nei procedimenti familiari.
La nuova pronuncia, tuttavia, si concentra sul profilo processuale e sulla responsabilità accertata nell’ambito del giudizio: secondo la Corte, la condotta della madre avrebbe determinato una violazione del diritto alla bigenitorialità e una concreta privazione, protratta nel tempo, del rapporto tra padre e figlio. “Un caso che non riguarda una generica conflittualità familiare”, afferma l’avvocato Egidio Lizza, legale di Giuseppe Apadula. “I giudici hanno valutato condotte concrete, verificate nel corso di un lungo percorso processuale: diversi provvedimenti giudiziari, cinque consulenze tecniche d’ufficio, le risultanze dei servizi sociali, l’ascolto del minore, tutti elementi convergenti nel riscontrare un comportamento tanto ingiustificato quanto pervicace della madre nell’impedire ogni frequentazione del figlio con il padre”.
La vicenda era già approdata davanti alla Corte europea dei diritti dell’uomo. Nel caso “Apadula c. Italia”, la CEDU aveva constatato la violazione dell’articolo 8 della Convenzione, relativo al diritto al rispetto della vita privata e familiare, da parte dello Stato italiano, ritenuto responsabile di non aver garantito al padre l’effettivo esercizio del diritto di visita. La decisione della Corte di Appello di Roma interviene ora sul piano della responsabilità della madre, alla luce di quanto accertato nei giudizi interni. Il punto centrale riguarda la possibilità di riconoscere un danno risarcibile al genitore escluso dalla vita del figlio per un periodo prolungato.
Secondo la Corte, la privazione continuativa del rapporto padre-figlio integra un illecito endofamiliare e produce un danno non patrimoniale autonomamente risarcibile. Da qui la condanna al pagamento di 156.440 euro, somma ritenuta proporzionata alla durata e alla gravità della lesione subita. L’aspetto più innovativo del provvedimento riguarda il criterio utilizzato per la liquidazione del danno. In assenza di una tabella specifica per il danno da deprivazione del rapporto parentale, la Corte ha assunto come parametro oggettivo la tabella milanese del danno da perdita del rapporto parentale, normalmente utilizzata nei casi di morte di un congiunto, adattandola alla specificità della vicenda.
“Questo provvedimento segna un passaggio importante perché afferma che la sottrazione del tempo di vita tra un padre e un figlio non è un fatto neutro e non può essere considerata una mera conseguenza del conflitto familiare”, sottolinea l’avvocato Lizza. Per il legale, la decisione valorizza un principio centrale: il tempo sottratto alla relazione tra un genitore e un figlio non è realmente recuperabile. “Gli anni perduti di cura, accudimento, quotidianità, esperienze comuni, parole, emozioni e costruzione del legame affettivo costituiscono una lesione effettiva della vita familiare e possono essere risarciti secondo criteri oggettivi, proporzionati e verificabili”, aggiunge.
La pronuncia si inserisce in un terreno particolarmente delicato, nel quale si intrecciano tutela dei minori, diritti dei genitori, conflittualità familiare, esecuzione dei provvedimenti giudiziari e garanzie effettive del diritto alla vita familiare. Il caso Massaro-Apadula, già al centro di un ampio dibattito pubblico, torna così a porre l’attenzione sulla bigenitorialità non come formula astratta, ma come diritto concreto del minore a mantenere un rapporto equilibrato e continuativo con entrambi i genitori, salvo situazioni specifiche che ne giustifichino la limitazione. La decisione della Corte di Appello di Roma potrebbe rappresentare un precedente significativo nella valutazione del danno da privazione del rapporto genitoriale, soprattutto nei casi in cui l’ostacolo alla relazione venga ritenuto ingiustificato e protratto per un lungo periodo.








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