C’è qualcosa di profondamente stonato nel coro che oggi si leva attorno a Vincenzo De Luca. L’uomo che per un decennio ha governato la Campania come un monarca assoluto, che ha ridotto la partecipazione politica a un fastidio da eludere, oggi si presenta come paladino della democrazia interna, invocando regole, dignità, rappresentanza. Ma chi ha vissuto in questa regione negli ultimi dieci anni sa bene che quelle parole, nella bocca di De Luca, suonano come una beffa.
La Campania è stata ostaggio di un potere verticale, impermeabile, autoreferenziale. Non una giunta, ma una corte. Non assessori, ma comparse. Non confronto, ma imposizione. De Luca ha governato da solo, scegliendo i suoi assessori non tra gli eletti, non tra i rappresentanti dei partiti, ma tra figure esterne, spesso prive di qualsiasi competenza specifica. Spacciati per “tecnici”, erano in realtà esecutori silenziosi, fedeli alla linea del capo, incapaci di incidere, di proporre, di contraddire.
Il caso dell’assessore al turismo Felice Casucci è emblematico. Un nome che, nel settore, non dice nulla. Nessuna visione, nessuna strategia, nessuna capacità di dialogo con gli operatori. Eppure, per anni, ha ricoperto un ruolo chiave in una regione che vive di cultura, di paesaggio, di ospitalità. Come lui, altri: assessori ai trasporti, all’ambiente, ecc. scelti non per servire i cittadini, ma per servire il potere.
E mentre i campani attendevano risposte, ricevevano monologhi. Mentre le imprese chiedevano sostegno, ricevevano dirette Facebook. Mentre i territori reclamavano ascolto, ricevevano slogan. La partecipazione è stata sistematicamente esclusa. I partiti, ridotti a comitati elettorali. I consiglieri regionali, privati di ogni ruolo decisionale. I cittadini, spettatori di una narrazione autocelebrativa che non ha mai ammesso contraddittorio.
Oggi De Luca chiede che il figlio Piero abbia spazio nel PD. Chiede che la sua lista “A Testa Alta” sia rispettata. Chiede che il candidato presidente Roberto Fico garantisca continuità. Ma quale continuità? Quella di un governo che ha calpestato ogni principio di rappresentanza? Che ha ignorato le istanze dei territori? Che ha trasformato la Regione in un feudo personale?
La democrazia non è un vestito da indossare quando conviene. È un metodo, una cultura, una pratica quotidiana. E chi per dieci anni l’ha negata, non può oggi rivendicarla come diritto. Come scriveva John Stuart Mill, “il potere concentrato in una sola persona, senza controllo, è il nemico naturale della libertà”. E la Campania, in questi anni, ha conosciuto bene quel nemico.
La crisi della democrazia rappresentativa non è un concetto astratto. È la realtà vissuta da milioni di cittadini che non hanno potuto scegliere chi li governava, che non hanno potuto influire sulle politiche pubbliche, che hanno visto le istituzioni allontanarsi, chiudersi, blindarsi. Come ha scritto Giuseppe Duso, “quando la rappresentanza viene svuotata, la democrazia si trasforma in simulacro”. E in Campania, quel simulacro ha avuto un volto preciso.
Ora che il tempo del comando assoluto è finito, De Luca tenta di riscrivere la storia. Ma la memoria dei cittadini è più forte della propaganda. E se davvero si vuole costruire una nuova stagione politica, bisogna partire da una verità semplice e scomoda: la partecipazione non è un favore, è un diritto. E chi l’ha negata, non può pretendere di guidare il cambiamento.
La Campania merita istituzioni aperte, pluraliste, competenti. Merita assessori scelti per capacità, non per fedeltà. Merita una politica che ascolti, non che imponga. Merita, finalmente, di uscire dall’ombra lunga di un potere che ha confuso il governo con il comando.








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