Censura del Comitato europeo dei Diritti sociali dopo il ricorso del sindacato militare ASSO.MIL. Per Strasburgo il mancato accesso ai fondi pensione complementari per il personale in divisa rappresenta una discriminazione ingiustificata che dura da oltre trent’anni.

L’Italia finisce sotto accusa in Europa per il mancato riconoscimento della previdenza complementare al personale delle Forze armate e delle Forze di polizia. Il Comitato europeo dei Diritti sociali ha infatti stabilito che il nostro Paese non ha garantito un trattamento equo a poliziotti e militari, escludendoli di fatto da strumenti pensionistici integrativi che sono invece previsti per altri lavoratori pubblici. La decisione è contenuta nel rapporto relativo al ricorso presentato dal sindacato militare ASSO.MIL., assistito dall’avvocato Egidio Lizza. Secondo l’organismo europeo, la mancata istituzione dei fondi pensione complementari per il comparto sicurezza e difesa configura una discriminazione basata esclusivamente sullo status professionale dei lavoratori in divisa.

Il Comitato europeo dei Diritti sociali ha evidenziato che l’Italia aveva l’obbligo di migliorare progressivamente il sistema di sicurezza sociale e di garantire a tutti i lavoratori condizioni di tutela equivalenti. L’esclusione di militari e poliziotti dai meccanismi di previdenza complementare, già attivi per la maggior parte delle categorie pubbliche e private, determina invece un trattamento meno favorevole privo di una giustificazione legittima. “Il Comitato europeo afferma chiaramente che il trattamento differenziale basato sullo status di poliziotto o militare non ha scopi né giustificazioni ragionevoli” spiega l’avvocato Egidio Lizza, che ha promosso il ricorso a Strasburgo. “La mancata estensione dell’accesso ai meccanismi pensionistici complementari rappresenta una discriminazione evidente. In Italia chi svolge un lavoro particolarmente delicato e rischioso per la collettività si ritrova paradossalmente con meno protezioni sociali”.

Secondo la ricostruzione giuridica alla base del ricorso, il problema nasce dalla riforma pensionistica del 1995, quando il sistema italiano passò progressivamente dal modello retributivo a quello contributivo. Con il nuovo metodo la pensione non viene più calcolata sulla base dell’ultimo stipendio percepito, ma sui contributi versati nel corso della vita lavorativa, con una conseguente riduzione dell’importo finale dell’assegno previdenziale. Per attenuare gli effetti di questa trasformazione, il legislatore ha previsto la creazione di fondi pensione integrativi, strumenti che costituiscono il cosiddetto secondo pilastro del sistema previdenziale. Tali fondi sono alimentati sia dai contributi del lavoratore sia da quelli del datore di lavoro e permettono di integrare la pensione di base, garantendo nel tempo un livello più adeguato di tutela economica.

Nel caso dei dipendenti pubblici, la quota a carico del datore di lavoro è sostenuta dallo Stato. Fondi negoziali come Espero e Perseo, ad esempio, prevedono un contributo dell’1 per cento della retribuzione da parte dell’amministrazione, a fronte di un versamento analogo da parte del lavoratore. Tuttavia, mentre questi strumenti sono stati progressivamente attivati per quasi tutti i comparti della pubblica amministrazione, il personale delle Forze armate e delle Forze di polizia è rimasto escluso. Una situazione che dura da oltre trent’anni nonostante diverse leggi abbiano previsto procedure negoziali per la creazione dei fondi pensione integrativi anche per il comparto sicurezza e difesa.

Le conseguenze economiche per i lavoratori interessati sono rilevanti. L’assenza di un sistema di previdenza complementare significa infatti perdita dei contributi che lo Stato avrebbe dovuto versare nei fondi integrativi, impossibilità di beneficiare dei rendimenti maturati e mancato accesso alle agevolazioni fiscali previste per questa forma di risparmio previdenziale. Secondo le stime basate su dati ISTAT e fonti ministeriali, in Italia il personale in servizio tra Forze armate e Forze di polizia supera le 470 mila unità. Applicando a questo comparto lo stesso schema contributivo già previsto per altri dipendenti pubblici, il costo per lo Stato sarebbe pari a circa 250 milioni di euro annui, calcolato su un monte salari complessivo stimato in oltre 25 miliardi di euro.

Per il sindacato militare ASSO.MIL. la decisione europea rappresenta una svolta significativa. “Dispiace constatare come l’attuale Governo, che spesso dichiara di essere vicino a poliziotti e militari, si sia dimostrato indisponibile a sanare questa situazione” afferma Federico Menichini, presidente dell’associazione sindacale. “Da oltre trent’anni il personale del comparto sicurezza e difesa subisce un danno evidente e tangibile. Ci saremmo aspettati un confronto per trovare soluzioni condivise”. Menichini sottolinea inoltre come la decisione del Comitato europeo rappresenti un riconoscimento importante per le rivendicazioni portate avanti dal sindacato. “Il risultato ottenuto dimostra la fondatezza della nostra battaglia e mette in evidenza le differenze tra chi realmente tutela i lavoratori e chi si limita a dichiarazioni di circostanza”.

Anche sul piano giudiziario la vicenda non è destinata a chiudersi qui. L’avvocato Lizza ha infatti annunciato che la decisione europea rafforzerà le azioni legali già avviate davanti ai tribunali italiani per ottenere il riconoscimento dei diritti previdenziali negati ai lavoratori in divisa. “La battaglia legale proseguirà” spiega il legale. “Il pronunciamento del Comitato europeo costituisce un precedente importante che non potrà essere ignorato dai giudici nazionali. È necessario avviare rapidamente il percorso che porti alla creazione dei fondi di previdenza complementare per il comparto sicurezza e difesa, ponendo fine a una discriminazione che dura da trent’anni”.

Secondo i promotori del ricorso, oltre all’istituzione dei fondi pensione integrativi sarà necessario affrontare anche la questione dei danni economici accumulati nel tempo. I lavoratori interessati potrebbero infatti rivendicare il risarcimento per i contributi che lo Stato avrebbe dovuto versare nei fondi negli ultimi decenni. La decisione del Comitato europeo dei Diritti sociali apre dunque un nuovo fronte nel dibattito sulla tutela previdenziale del personale in divisa, riportando al centro dell’attenzione il tema dell’equità nel sistema pensionistico e del riconoscimento del ruolo svolto da poliziotti e militari nella sicurezza e nella difesa dello Stato.

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