Con la sentenza n. 827 del 20 luglio 2026, la Corte d’Appello dell’Aquila torna sui criteri di liquidazione del danno da perdita del rapporto parentale e sul diverso tema del danno patrimoniale futuro da lucro cessante. La decisione ribadisce un principio centrale: il vincolo familiare è il punto di partenza, ma ciò che deve essere provato e risarcito è la concreta intensità della relazione affettiva perduta. La morte di una persona cara non produce, sul piano risarcitorio, un automatismo fondato solo sul grado di parentela. Essere coniuge, figlio o familiare della vittima primaria individua il rapporto giuridicamente rilevante, ma non esaurisce l’accertamento del danno. È questo il nucleo della sentenza n. 827 del 20 luglio 2026 della Corte d’Appello dell’Aquila, che affronta una questione particolarmente significativa nell’ambito della responsabilità sanitaria: la determinazione del danno spettante iure proprio ai congiunti di una persona deceduta a causa di trattamenti sanitari inadeguati.

 Negli ultimi anni la giurisprudenza italiana ha profondamente modificato il modo di affrontare il risarcimento del danno da perdita di un familiare. Quali sono oggi i principi che regolano questa materia? Lo abbiamo chiesto all’avvocato Antonio Lonardo, che ci aiuta a comprendere un tema delicato, nel quale diritto, responsabilità e sofferenza umana si intrecciano inevitabilmente.

 

Avvocato Lonardo, quando una famiglia perde un proprio caro a causa di un errore, di un incidente o di un comportamento illecito, quali sono i diritti che la legge riconosce?

“Il nostro ordinamento tutela il diritto dei familiari ad ottenere un risarcimento quando la morte è conseguenza di un fatto imputabile a terzi. Naturalmente ogni vicenda va valutata singolarmente, ma il principio è chiaro: la legge riconosce che la perdita di un congiunto produce un danno che merita tutela giuridica”.

 

Molti pensano che il risarcimento abbia soltanto un valore economico. È davvero così?

“Assolutamente no. Il denaro non potrà mai sostituire una persona. Il risarcimento non rappresenta il valore della vita perduta, ma il riconoscimento del danno subito da chi resta. È uno strumento di giustizia, non una monetizzazione degli affetti”.

 

Quali sono oggi gli elementi che i giudici prendono in considerazione?

“La giurisprudenza ha sviluppato criteri sempre più articolati. Si valutano l’intensità del rapporto familiare, la convivenza, la frequenza dei rapporti, l’età della vittima e dei superstiti, il progetto di vita condiviso e le conseguenze concrete che quella perdita ha prodotto nella vita dei familiari”.

 

Anche chi non convive con la vittima può ottenere il risarcimento?

“La convivenza è certamente un elemento importante, ma non rappresenta un requisito assoluto. Oggi ciò che conta è dimostrare l’effettività del legame affettivo. I rapporti familiari si sono evoluti e anche il diritto ha imparato a guardare alla sostanza delle relazioni più che alla loro semplice formalità”.

 

Negli ultimi anni si parla spesso di personalizzazione del danno. Che cosa significa?

“Significa che il giudice non si limita ad applicare automaticamente delle tabelle economiche, ma valuta le caratteristiche concrete della vicenda. Ogni famiglia vive un dolore diverso, ogni rapporto umano ha una propria intensità. La personalizzazione serve proprio a evitare decisioni standardizzate”.

 

Quanto è importante la raccolta delle prove?

“È fondamentale. Documentazione medica, testimonianze, certificazioni, fotografie, messaggi, tutto ciò che può dimostrare il rapporto esistente tra la vittima e i familiari assume un valore decisivo. Ogni elemento contribuisce a ricostruire la realtà umana della vicenda”.

 

Qual è l’errore che le famiglie commettono più frequentemente?

“Molti pensano che basti presentare una richiesta di risarcimento. In realtà occorre costruire un percorso probatorio serio e completo fin dall’inizio. Per questo è importante affidarsi tempestivamente a professionisti che conoscano la materia”.

 

La giurisprudenza è cambiata negli ultimi anni?

“Sì, ed è cambiata profondamente. Le decisioni della Corte di Cassazione hanno progressivamente ampliato la tutela dei familiari, riconoscendo maggiore attenzione agli aspetti esistenziali e relazionali del danno. Oggi il diritto è molto più sensibile alla dimensione concreta della sofferenza”.

 

Quale messaggio sente di rivolgere alle famiglie che si trovano ad affrontare un momento così difficile?

“Il consiglio è di non affrontare tutto da soli. La ricerca della verità e della giustizia richiede competenza, equilibrio e tempo. Il risarcimento non cancellerà il dolore, ma può rappresentare il riconoscimento di un diritto e della dignità di una persona che non c’è più”.

 L’intervista con l’avvocato Antonio Lonardo restituisce il quadro di una giurisprudenza sempre più attenta alla persona e alla tutela dei legami familiari. Un’evoluzione che conferma come il diritto non possa eliminare la sofferenza, ma debba almeno garantire che essa venga riconosciuta e valutata con equilibrio, rigore e umanità.

 

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