TRA L’OMBRA INGOMBRANTE DI DE LUCA, L’IDEALISMO FRAGILE DI FICO E LA DISCIPLINA FORZATA DI CIRIELLI, LA POLITICA CAMPANA RECITA ANCORA LA COMMEDIA DEL POTERE. CAMBIANO LE PAROLE, MA NON LA SOSTANZA. E MENTRE I LEADER SI CONTENDONO IL PROSCENIO, LA PLATEA – I CITTADINI – COMINCIA A GUARDARE VERSO L’USCITA.
C’è un curioso fenomeno nella fisica politica campana: il tempo non scorre, gira in tondo. La storia non si ripete come tragedia o farsa — come voleva Marx — ma come commedia dell’arte, dove le maschere cambiano nome ma non copione. E così, a ogni elezione, la Campania si sveglia nel suo eterno ritorno: il governatore che non può ricandidarsi ma parla da candidato, il candidato che deve dimostrare di non essere un governatore, e il rivale che entra in scena giurando di “rialzare la Campania”, come se qualcuno avesse davvero voglia di alzarsi da questo lungo letargo.
In Campania la politica non evolve, ricicla. È come un vecchio film rimasterizzato, dove i colori cambiano ma la trama resta uguale. Ogni elezione regionale somiglia alla precedente, solo con qualche ruga in più nei protagonisti. La scena è sempre quella: un governatore che non può più correre ma non smette di dettare la linea, un candidato che vuole sembrare nuovo ma ha il passato alle calcagna, e un avversario che giura di “rialzare la Campania” come se bastasse una parola d’ordine per sollevare dieci anni di immobilismo.
Vincenzo De Luca, l’eterno capocomico, è ormai una figura da manuale di filosofia politica applicata. Si direbbe un esperimento di Hobbes: l’uomo che si è fatto Leviatano e ora non riesce più a scendere dal trono. Dichiarazioni, comizi, libri, interviste: De Luca non governa più, recita se stesso. E lo fa con quella prosa che un tempo incantava e oggi somiglia a un algoritmo della retorica meridionale, dove ogni aggettivo pesa come un pugno sul tavolo e ogni insulto è un atto d’amore verso il popolo che lo applaude.
La Corte costituzionale lo ha messo fuori gioco, ma solo sulla carta. Nella realtà, il suo spettro aleggia su ogni riunione di partito, su ogni lista, su ogni frase del suo erede designato. La Campania, in fondo, è diventata un’istituzione de-luchiana: anche quando non c’è, comanda.
Vincenzo De Luca è il grande spettro che aleggia su tutto. Non serve più essere in carica per comandare, basta la memoria. Si aggira come un Leviatano in pensione, un Hobbes meridionale che ha confuso l’amministrazione con la metafisica del potere. Non governa più, ma scrive libri, rilascia interviste, commenta ogni gesto del suo erede e avversario. La Corte costituzionale l’ha escluso dalla corsa, ma non dal dibattito. In Campania, De Luca è diventato un genere letterario, una voce narrante che si impone anche quando tace. Il suo carisma è il riflesso di un popolo che si è abituato all’autorità e ne sente nostalgia ogni volta che intravede la possibilità di un cambiamento.
Dall’altra parte, Roberto Fico, con la calma quasi ascetica di chi tenta di parlare di etica in una regione che ha imparato a convivere con il paradosso. Fico porta il suo stile sobrio, quasi zen, in una terra che preferisce la teatralità alla misura. Parla di legalità e sostenibilità, invoca codici etici e trasparenza, ma sembra muoversi su un terreno che gli sfugge da sotto i piedi. Gramsci avrebbe ammirato la purezza delle sue intenzioni, ma gli avrebbe ricordato che l’egemonia morale senza quella materiale è come un discorso senza pubblico. Fico rappresenta la possibilità di un risveglio civile, ma rischia di sembrare un professore in un mercato, un saggio che declama tra le bancarelle del disincanto.
Roberto Fico, il discepolo zen del progressismo napoletano. Ex presidente della Camera, convertito alla sobrietà come altri alla mistica. Parla di legalità, ambiente e trasparenza come un catechismo civile, e fa bene: qualcuno dovrà pur ricordare che l’etica non è un vezzo. Ma Fico si muove tra due fuochi: da un lato l’ombra lunga del suo predecessore, dall’altro la pazienza corta dei suoi alleati. Il suo è un esperimento gramsciano, egemonia morale prima che politica, ma in Campania l’egemonia, se non distribuisce appalti, vale meno di una sagra di paese.
Eppure, Fico rappresenta la parte più interessante di questa stagione: tenta, per la prima volta, di separare l’idea di governare dall’arte di comandare. È una differenza che la politica campana ha sempre ignorato, preferendo l’uomo forte alla forza delle idee. Se avrà il coraggio di resistere alla tentazione del compromesso, potrà davvero inaugurare un lessico nuovo.
Sul fronte opposto, Edmondo Cirielli, uomo d’ordine e di FdI, prova a recitare il ruolo del restauratore. Ma il suo ingresso in scena ha avuto il tono di una conferenza stampa con scuse incluse: prima l’incidente con Forza Italia, poi il perdono tardivo per le frasi sul Cavaliere. È la parabola del centrodestra meridionale: ogni volta che tenta di mostrarsi unito, qualcuno apre un faldone o un gruppo WhatsApp e l’unità si dissolve come nebbia sul Vesuvio.
Edmondo Cirielli, il generale entrato in politica con la promessa dell’ordine dopo il caos. Ma anche lui, prima di parlare al Paese, ha dovuto chiedere scusa al suo stesso partito. Le vecchie frasi contro Berlusconi lo hanno costretto a una penitenza pubblica, una confessione più ecclesiastica che politica. Cirielli è il simbolo di un centrodestra che non riesce a presentarsi compatto nemmeno di fronte alla prospettiva del potere. Promette rigore, efficienza, concretezza, ma la sua voce arriva smorzata da una coalizione in perenne equilibrio tra nostalgia e rivalità. Dice di voler rialzare la Campania, ma sembra più impegnato a rialzare il suo stesso fronte. Cirielli promette di “rialzare la Campania”: lo dice con la gravità di un ufficiale, ma senza spiegare da cosa o da chi dovrebbero rialzarsi i campani. Dal debito? Dalla burocrazia? O forse dal loro stesso fatalismo? Se lo scopriremo, sarà già un passo avanti.
Sul fondo di tutto questo, la società campana osserva, rassegnata e ironica come sempre. Sa che la politica è spettacolo, ma anche che senza pubblico lo spettacolo finisce. E allora continua ad assistere, tra un applauso e una smorfia, mentre i protagonisti si contendono non il futuro, ma il copyright del passato.
Intanto la vita vera resta altrove. Le liste d’attesa in sanità si allungano, i treni si fermano, l’immondizia si accumula come un monumento alla coerenza. Tutti promettono di risolvere ciò che hanno contribuito a creare. Fico vuole chiudere gli inceneritori, Cirielli sogna di aprirne altri, De Luca rivendica di averli fatti funzionare. È la trinità perfetta della politica campana: chi annuncia, chi smentisce, chi si attribuisce il merito. Nessuno che si sporchi davvero le mani con la realtà.
Tocqueville scriveva che la democrazia tende a livellare gli spiriti, e in Campania il livellamento è riuscito alla perfezione. Destra e sinistra si somigliano nella gestione del potere, come due vecchi attori che recitano a memoria le stesse battute. Machiavelli parlava di virtù e fortuna, ma qui la virtù si misura in consenso e la fortuna in seggi. Nietzsche avrebbe sorriso amaramente: l’eterno ritorno non è una categoria metafisica, è il calendario elettorale della regione. Ogni cinque anni tutto ricomincia, con le stesse promesse, le stesse parole, la stessa illusione che qualcosa possa cambiare.
La politica campana, come la tragedia greca, funziona solo finché qualcuno crede agli dèi. Ma se il pubblico comincia a vedere i fili del burattinaio, la magia si spezza. E allora, forse, il vero cambiamento non verrà da chi vince o perde le prossime elezioni, ma da chi deciderà, finalmente, di non applaudire più.
E il popolo? Il popolo guarda. Non crede più, ma non rinuncia a guardare. Ha imparato che la politica è spettacolo e che lo spettacolo, prima o poi, finisce. Qualcuno applaude, altri sbadigliano, molti restano solo per vedere come va a finire. È la democrazia ridotta a platea, il voto come applauso di circostanza. E quando cala il sipario, il rumore più forte non è quello dei comizi o delle fanfare, ma quello delle sedie che si richiudono piano. Un segnale di stanchezza, ma anche di speranza: perché quando il pubblico smette di applaudire, forse è pronto finalmente a cambiare scena.
E allora sì, si vota, si applaude, si fischia.
Ma come in certi teatri troppo pieni d’ombra, quando cala il sipario l’eco più forte non è quello dei discorsi dei politici, ma il rumore lieve delle sedie che si chiudono.








Commenti recenti