Mentre Madrid attacca Roma per l’accordo con l’Albania, nei centri mauritani finanziati dalla Spagna si fermano, si schedano e si deportano persone nel deserto, e a Ceuta si respingono decine di migliaia di migranti in poche ore. L’Italia viene criticata perché agisce alla luce del sole, la Spagna applaudita perché opera nell’ombra. L’Europa osserva, finanzia, tace.

In Europa si è perfezionata una strana arte. Si attacca ciò che si pratica, si condanna ciò che si replica, si denuncia ciò che si nasconde. La Spagna che critica l’Italia per l’accordo con l’Albania è il caso più evidente di questa acrobazia politica. Perché mentre Madrid punta il dito contro Roma, in Mauritania e a Ceuta mette in campo misure che non solo anticipano il modello italiano, ma lo superano in durezza, rapidità e opacità.

La verità è che la Spagna ha costruito in Mauritania un sistema che non ha nulla di simbolico. È concreto, quotidiano, operativo. Nei centri di Nouakchott e Nouadhibou, finanziati con fondi europei e gestiti in cooperazione con la polizia mauritana, i migranti vengono fermati, trattenuti, identificati, classificati. Le testimonianze raccolte dalla stampa locale parlano di strutture che somigliano più a carceri che a centri di accoglienza. Le persone vengono trattenute fino a settantadue ore, sottoposte a screening biometrici, interrogate, registrate. Poi, una volta completata la selezione, vengono caricate su camion e trasferite verso zone desertiche, in alcuni casi fino al confine con il Mali. Non esiste alcuna procedura d’asilo. Non esiste alcuna valutazione individuale. Non esiste alcuna garanzia. È una macchina di respingimento immediato che opera lontano dagli occhi dell’opinione pubblica europea.

E mentre questo accade nel Sahel, a Ceuta la Spagna ha mostrato cosa significa davvero la gestione muscolare dei flussi. Quando in quarantotto ore circa settantaduemila persone hanno attraversato la frontiera, la risposta è stata fulminea. Settantamila sono state respinte immediatamente, senza alcuna procedura individuale. Riaccompagnate oltre la barriera, riconsegnate al Marocco. Solo una minima parte, circa duemilacinquecento persone, è stata trattenuta per una valutazione più approfondita. Nel frattempo è stato allestito un centro di assistenza temporanea, una struttura di triage rapido dove si procede a identificazioni, controlli, verifiche. Una gestione che non ha nulla di simbolico. È sostanza pura. È respingimento immediato. È contenimento senza esitazioni.

Eppure, nonostante tutto questo, la Spagna ha trovato il tempo per criticare l’Italia. Ha accusato Roma di esternalizzare la frontiera, di esportare la propria giurisdizione, di costruire un modello che rischia di violare i diritti. Una critica che suona paradossale, perché ciò che l’Italia ha fatto con l’Albania è esattamente ciò che la Spagna fa da anni, con una differenza fondamentale. L’Italia lo fa alla luce del sole. La Spagna lo fa nell’ombra.

Il modello italiano è stato discusso, votato, formalizzato. Le procedure restano italiane, le garanzie sono quelle di un Paese che aspira a entrare nell’Unione. È un sistema che espone Roma alle critiche, ma che almeno non si nasconde. La Spagna, invece, ha costruito un sistema più duro, più rapido, più spregiudicato, ma lo ha incardinato in una rete di cooperazioni tecniche che non obbligano nessuno a parlarne. È un modello che non appare, e proprio per questo non viene contestato.

In questo gioco delle parti l’Unione Europea recita la parte più ambigua. Da un lato si mostra prudente, critica le esternalizzazioni troppo visibili, quelle che costringono a un dibattito pubblico. Dall’altro finanzia e sostiene modelli che spostano la frontiera ben oltre i confini dell’Unione, purché lo facciano in silenzio. L’Europa preferisce ciò che non si vede. Ciò che non obbliga a spiegare. Ciò che può essere presentato come cooperazione tecnica invece che come politica migratoria. È un approccio che non solo è politicamente discutibile, ma che rischia di trasformare la gestione dei flussi in una zona grigia dove la responsabilità evapora.

Il risultato è una frontiera che non coincide più con la geografia, ma con la comunicazione. L’Italia paga il prezzo della trasparenza. La Spagna beneficia dell’ombra. L’Unione sostiene entrambi, purché nessuno costringa a guardare troppo da vicino.

In questo quadro il modello italiano appare paradossalmente il più corretto. Non perché sia perfetto, ma perché è dichiarato, regolato, verificabile. È un sistema che si assume la responsabilità delle proprie scelte invece di delegarle a un deserto lontano. È un modello che non vive di retorica, che non costruisce la propria immagine sulla distanza tra ciò che dice e ciò che fa. È un modello che non ha paura di essere visto.

E forse è proprio questo che oggi manca all’Europa. Non nuove leggi, non nuovi accordi, non nuove barriere. Manca la coerenza. Manca il coraggio di dire la verità. Manca la fine delle ipocrisie. Perché la frontiera non si difende con le parole, ma con la responsabilità. E la responsabilità, oggi, passa più da Tirana che da Nouakchott.

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