Dai sindaci della Lega ai consiglieri Rostan e Grimaldi cresce la richiesta di pubblicare verbali e griglie. Ma dagli atti emerge un altro nodo, quello della Commissione nominata il 9 luglio, 117 istanze da esaminare e lavori già consegnati il 7 agosto. Nel mezzo anche la riapertura della piattaforma per cinque Comuni. E sull’Assessorato al Turismo guidato da Vincenzo Maraio si accendono i riflettori.
Dieci milioni di euro. Centodiciassette proposte. Cinquantasei progetti finanziati, cinquantaquattro giudicati ammissibili ma lasciati fuori per esaurimento delle risorse e sette esclusi prima della valutazione di merito. E soprattutto una domanda che, dopo le proteste politiche, diventa sempre più difficile evitare, ovvero: come è stata costruita, concretamente e in tempi così serrati, la graduatoria dei percorsi turistici della Regione Campania?
La polemica è esplosa dopo la pubblicazione, il 10 agosto, degli esiti dell’avviso “Le stagioni della Campania da giugno 2026 a maggio 2027”, il programma da 10 milioni destinato ai Comuni non capoluogo per finanziare percorsi culturali, naturalistici ed enogastronomici. A sollevare il caso sono stati per primi i sindaci della Lega. Parlano di “fortissime perplessità” e chiedono alla Regione di rendere pubblici verbali, griglie analitiche, punteggi attribuiti per ogni singolo criterio e motivazioni delle valutazioni. Arrivano fino a chiedere che venga verificata l’eventuale esistenza di correlazioni con appartenenze o sponsorizzazioni politiche, precisando però correttamente di non poterlo affermare in assenza di elementi documentali.
Ed è proprio questa precisazione a segnare il confine che non va oltrepassato, precisando che “oggi non esiste una prova pubblica di una graduatoria pilotata politicamente. Ma esistono abbastanza elementi per chiedere alla Regione di mostrare tutte le carte” a detta dei consiglieri della Lega in Regione Campania e dei sindaci al Consiglio regionale. La protesta, nel giro di poche ore, ha fatto un salto di livello. La consigliera regionale Michela Rostan e il capogruppo della Lega Massimo Grimaldi hanno raccolto la richiesta dei sindaci e invocato l’intervento della Commissione Trasparenza del Consiglio regionale. La richiesta è precisa, quella di acquisire gli atti istruttori, i verbali della Commissione, le griglie analitiche e le motivazioni che hanno portato all’attribuzione dei punteggi. Rostan e Grimaldi sostengono che non sia in discussione il valore dei progetti finanziati, ma che sull’assegnazione di 10 milioni di euro debba essere assicurata la piena conoscibilità degli atti.
Ed è qui che la polemica politica incontra un elemento che emerge direttamente dai documenti regionali, quello dei tempi dell’istruttoria. La scadenza del 1° luglio. La Commissione nasce soltanto il 9. Le candidature potevano essere presentate dalle ore 10 del 16 giugno fino alle ore 15 del 1° luglio 2026. La Commissione chiamata a valutare le domande, però, viene formalmente nominata con il decreto dirigenziale n. 368 soltanto il 9 luglio. Otto giorni dopo la scadenza ordinaria. Il decreto è particolarmente interessante perché la stessa Regione scrive che, essendo il programma riferito al periodo giugno 2026-maggio 2027, era necessario accelerare il procedimento di valutazione delle istanze. La fretta, dunque, non è una deduzione giornalistica. È una necessità dichiarata negli stessi atti amministrativi.
La Commissione è composta da sei dipendenti della Direzione Generale per le Politiche Culturali e il Turismo: Rosanna Romano, presidente; Marco Gargiulo, vicepresidente; Stefania Barrel, Maristella Mariano, Luca Recano e Ferdinando d’Agostino. I lavori, precisa il decreto, devono essere svolti durante il normale orario di servizio, senza compensi aggiuntivi, in presenza, videoconferenza o smart working. Prima dell’espletamento delle funzioni i componenti sono inoltre tenuti a dichiarare l’assenza di cause di incompatibilità e astensione.
Poi parte il cronometro. Il 7 agosto era già tutto finito. Il decreto conclusivo n. 463 racconta che il 7 agosto la presidente della Commissione aveva già trasmesso al responsabile del procedimento i verbali delle sedute, gli allegati, l’elenco degli esclusi e le due graduatorie con tutti i punteggi. Tre giorni dopo, il 10 agosto, la Direzione generale prende formalmente atto dei lavori e approva gli elenchi. Tra la nomina della Commissione, il 9 luglio, e la consegna degli atti, il 7 agosto, trascorrono appena 29 giorni di calendario. Se si guardano i giorni dal lunedì al venerdì, sono 22 includendo sia il 9 luglio sia il 7 agosto. Togliendo il giorno stesso della nomina, ne restano 21. E dentro questo arco temporale non c’erano poche pratiche da esaminare. Erano 117. Sette sono state fermate prima della valutazione di merito. Le altre 110 hanno ricevuto un punteggio. Cinquantasei sono entrate nei 10 milioni disponibili e cinquantaquattro, pur essendo ammissibili, sono rimaste fuori perché per finanziarle tutte sarebbero serviti ulteriori 10.711.137 euro.
Tradotto in parole semplici: considerando il massimo teorico dei giorni feriali disponibili dopo la nomina, significa oltre cinque progetti valutati nel merito per ogni giornata lavorativa. È solo una media matematica e non dimostra alcuna irregolarità. La Commissione poteva naturalmente organizzare il lavoro distribuendo i fascicoli tra i componenti, predisponendo istruttorie individuali, lavorando da remoto e successivamente procedendo alla validazione collegiale. Ma è proprio questo il punto: come ha lavorato? Oggi, dalla documentazione pubblicata con la graduatoria, questo dettaglio non è conoscibile. Non erano domande da spuntare con una crocetta. Il dato sui tempi diventa ancora più significativo osservando cosa la Commissione era chiamata a fare. Il decreto di nomina non le affidava soltanto una valutazione finale, al contrario le affidava anzitutto la verifica preliminare della conformità documentale delle proposte e, per quelle ammissibili, la successiva valutazione di merito con la redazione delle graduatorie.
E il bando prevedeva una serie articolata di documenti obbligatori: proposta progettuale, provvedimenti comunali, designazione del responsabile del procedimento, protocolli d’intesa tra i Comuni partecipanti e altri allegati. Poi veniva il merito. I criteri, va chiarito, erano predeterminati e pubblici, dunque sarebbe scorretto sostenere che la Commissione abbia inventato i parametri dopo la presentazione delle domande. Ma una parte importante della griglia era fondata su valutazioni qualitative. Coerenza, qualità tecnica, capacità di valorizzazione, networking e altri elementi dovevano essere tradotti in punteggi. Ed è qui che i verbali e soprattutto le griglie progetto per progetto diventano indispensabili. Perché tra l’ultimo finanziato e il primo rimasto fuori passa meno di un punto. Si pensi a Nocera Inferiore, 56esima e ultima finanziata, ha ottenuto 67 punti. Castel San Lorenzo, prima tra le ammissibili non finanziate, 66,04. Novantasei centesimi.
Quando meno di un punto può significare entrare o restare fuori da una graduatoria milionaria, conoscere soltanto il punteggio finale non basta più. Bisogna sapere come quel numero è stato costruito. Nel frattempo il bando non era neppure definitivamente chiuso. C’è poi un’altra circostanza. La Commissione viene nominata il 9 luglio. Ma il giorno precedente, l’8 luglio, la Regione aveva disposto la riapertura temporanea della piattaforma per cinque Comuni le cui domande risultavano ancora allo stato di bozza alla scadenza del 1° luglio. Si tratta di Piedimonte Matese, Solofra, Bagnoli Irpino, Castellammare di Stabia e Gragnano. Per questi cinque enti viene consentito il completamento della procedura dal 14 al 17 luglio. Ciò significa che quando la Commissione viene nominata il quadro delle candidature non è ancora definitivamente cristallizzato. E c’è un dato che inevitabilmente attirerà l’attenzione politica: tre dei cinque Comuni interessati dalla riapertura risultano poi finanziati. Castellammare di Stabia e Gragnano entrano addirittura nelle prime posizioni della graduatoria; Bagnoli Irpino è anch’esso finanziato. Piedimonte Matese e Solofra sono invece ammissibili ma restano fuori per insufficienza delle risorse. Anche questo non prova alcun favoritismo. La riapertura è stata disposta con un decreto specifico e motivata con anomalie rilevate sulla piattaforma; inoltre riguardava domande già presenti nel sistema alla scadenza. Ma proprio perché tre dei cinque enti sono successivamente entrati tra i beneficiari, la pubblicazione dei verbali consentirebbe di eliminare ogni possibile ombra: quando sono state esaminate quelle cinque pratiche? In quale seduta? Con quale istruttoria? Con quali punteggi analitici?
C’è infine un elemento istituzionale che merita attenzione. La Commissione è presieduta dalla direttrice generale per le Politiche Culturali e il Turismo, Rosanna Romano. Ma il decreto n. 368 con il quale viene nominata la Commissione risulta firmato proprio da Rosanna Romano. Nell’atto, dunque, la direttrice generale formalizza una Commissione della quale lei stessa assume la presidenza. E non è tutto. Il successivo decreto n. 463 del 10 agosto, quello con cui la Direzione prende atto delle risultanze dei lavori della Commissione e approva le graduatorie, porta ancora la firma di Rosanna Romano. In sostanza, la stessa figura dirige la struttura amministrativa, presiede l’organismo valutatore e firma il provvedimento dirigenziale che recepisce gli esiti di quell’organismo. È illegittimo? Non ci sono elementi, allo stato, per sostenerlo. Ma è una concentrazione di funzioni che rende ancora più ragionevole pretendere la massima trasparenza documentale sull’intero procedimento.
E l’assessore Maraio? Ed è qui che entra inevitabilmente in campo l’Assessorato al Turismo. Vincenzo Maraio è l’assessore regionale con deleghe a Turismo, Promozione del territorio e Transizione digitale. Non fa parte della Commissione tecnica e dagli atti consultati non emerge che abbia personalmente attribuito punteggi ai progetti. Sarebbe quindi scorretto imputargli valutazioni che formalmente appartengono alla struttura amministrativa e alla Commissione. Ma sul piano politico la questione è diversa. L’avviso è stato presentato pubblicamente proprio come una delle iniziative strategiche dell’Assessorato, il 5 giugno Maraio spiegava che la Regione voleva superare la logica del singolo evento per costruire destinazioni turistiche riconoscibili e competitive, facendo dell’aggregazione tra Comuni uno degli elementi centrali della nuova strategia. Inoltre sia il decreto di nomina della Commissione sia quello finale prevedono la trasmissione degli atti all’assessore al Turismo.
Oggi, dunque, la domanda politica per Maraio è semplice: l’Assessorato è disposto a rendere immediatamente conoscibile tutto ciò che serve a ricostruire la valutazione? Perché il punto ormai non è difendere astrattamente la graduatoria, ma è piuttosto quello di consentire ai Comuni di verificare, carta alla mano, perché un progetto abbia ottenuto 68, 67, 66 o 60 punti. E mentre la Lega chiede trasparenza, proprio il coordinamento sannita di Psi-Avanti, il partito di Maraio, celebra in queste ore i nove progetti finanziati nel Sannio per oltre un milione e mezzo di euro, parlando di attenzione della Regione verso le aree interne.
Anche questo è perfettamente legittimo. Ma fotografa plasticamente le due letture politiche della stessa graduatoria: da una parte chi festeggia i finanziamenti ottenuti, dall’altra chi chiede di vedere come siano stati calcolati i punteggi. Nel mezzo ci sono gli atti, i verbali esistono, perché non metterli sul tavolo? Il decreto del 10 agosto dice una cosa inequivocabile: i verbali delle sedute e i relativi allegati che esistono e sono stati trasmessi dalla presidente della Commissione al responsabile del procedimento il 7 agosto, protocollo 0689157. È questo probabilmente il cuore del caso.
Non servono teorie, non servono accuse preventive, non serve stabilire sulla base dell’appartenenza politica chi avrebbe dovuto vincere o perdere, servono i documenti. Quante sedute ha tenuto la Commissione tra il 9 luglio e il 7 agosto? Quanto sono durate? Quanti progetti sono stati esaminati in ogni riunione? I fascicoli sono stati distribuiti tra i commissari oppure letti e valutati collegialmente? Chi proponeva i singoli punteggi? Venivano votati? Erano unanimi? Esistono schede individuali? Quando sono state valutate le cinque domande interessate dalla riapertura? Come sono stati attribuiti i giudizi qualitativi ai progetti collocati immediatamente sopra e sotto la soglia del finanziamento? Sono domande che non accusano nessuno.
Ma sono domande alle quali una Regione che rivendica trasparenza dovrebbe avere interesse a rispondere prima ancora che glielo chieda l’opposizione. Perché il problema, ormai, non è stabilire se 29 giorni siano “troppi” o “pochi”. Una Commissione organizzata bene può lavorare rapidamente. Il problema è poter verificare come abbia lavorato. E davanti a 117 proposte, 110 valutazioni di merito, 10 milioni di euro distribuiti, meno di un punto tra chi prende il finanziamento e chi resta fuori e una Commissione che in meno di un mese dalla nomina consegna l’intera graduatoria, la trasparenza non può fermarsi a una tabella con Comune, titolo e punteggio finale. Se tutto è stato svolto correttamente, pubblicare verbali e griglie sarebbe il modo più semplice per chiudere il caso.
Se invece quei documenti dovessero mostrare incongruenze, disparità di giudizio o passaggi che necessitano di spiegazioni, allora la vicenda assumerebbe tutt’altra dimensione. È per questo che adesso la palla passa anche a Vincenzo Maraio e al presidente Roberto Fico. La Lega ha lanciato accuse politiche molto pesanti, arrivando a evocare il rischio della prosecuzione di vecchie logiche regionali. La risposta più forte non sarebbe un comunicato, ma sarebbero gli atti, tutti.







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