Mentre la conferenza di servizi approva l’impianto di accumulo nell’area dell’ex centrale nucleare, monta la polemica sul silenzio delle istituzioni e sulla mancanza di confronto con i cittadini. Il Movimento 5 Stelle denuncia: “Un’altra ferita imposta dall’alto, Latina merita rispetto e trasparenza”.
Nell’estate che segna un nuovo capitolo nella lunga e controversa storia energetica del litorale pontino, Borgo Sabotino torna al centro del dibattito pubblico. Lì dove sorgeva la centrale nucleare, simbolo degli anni Sessanta e rimasta ferma come una cicatrice industriale dal referendum del 1987, si prepara ora a sorgere un impianto BESS (Battery Energy Storage System) da 266,5 megawatt, autorizzato dall’ultima conferenza di servizi. Un’opera imponente, pensata per accumulare energia e restituirla alla rete, che però sta scatenando polemiche e contrapposizioni politiche.
La determinazione dirigenziale n. 1920 dell’11 agosto ha sancito il via libera al progetto, con undici fitte pagine di prescrizioni e vincoli ambientali: dalla gestione delle acque ai limiti paesaggistici, fino agli obblighi di bonifica e mitigazione forestale. Un atto formalmente tecnico che, tuttavia, porta con sé una valenza politica e simbolica enorme. Perché, come ricordano le opposizioni, Latina e i suoi cittadini non sono mai stati davvero consultati.
A guidare le critiche è il Movimento 5 Stelle, che parla di “un’altra servitù calata dall’alto”. «Siamo di fronte a un atto strategico trattato come una banale pratica edilizia – denunciano i pentastellati –. Né Consiglio comunale, né Commissioni, né tantomeno i cittadini hanno avuto voce in capitolo. Ancora una volta, Latina subisce decisioni imposte senza trasparenza».
Il punto dolente non è tanto l’innovazione tecnologica dell’impianto – che in sé non produce emissioni – quanto la mancanza di un vero dibattito pubblico. In una città che ancora attende risposte su questioni cruciali come il Ponte Mascarello, chiuso da anni e mai ricostruito nonostante le promesse, la prospettiva di un nuovo colosso energetico cala come un macigno. «La Sogin, che non è riuscita a mantenere gli impegni sul ponte, ora appare in prima fila nel progetto del BESS. Una contraddizione che non possiamo ignorare», accusano i consiglieri d’opposizione.
C’è poi la questione identitaria: Borgo Sabotino non è un luogo qualunque. È il territorio che ha ospitato la prima centrale nucleare italiana, diventando emblema di un’epoca di modernizzazione forzata e, al tempo stesso, di una ferita mai del tutto rimarginata. Oggi, a quasi quarant’anni dal referendum che decretò la fine dell’esperienza atomica, quella stessa area rischia di trasformarsi in una nuova “servitù energetica” permanente.
Per molti cittadini, l’impressione è di vivere in una terra di sacrificio, sempre disponibile ad accogliere impianti e infrastrutture ma raramente destinataria di opere a beneficio diretto della collettività. «Latina non può continuare a essere trattata come una colonia energetica – affermano i militanti locali –. Serve un progetto di sviluppo condiviso, non decisioni calate dall’alto».
La vicenda del BESS riporta così in superficie le fragilità di un territorio che fatica a trovare una visione unitaria tra progresso e tutela, tra innovazione e identità. Da una parte, la necessità di sostenere la transizione energetica con strumenti moderni come i sistemi di accumulo; dall’altra, la domanda inevasa di partecipazione e trasparenza.
Intanto, il cantiere della politica si infiamma. E se il progetto andrà avanti nei tempi previsti, Latina si troverà ancora una volta a convivere con il peso simbolico e materiale di una grande infrastruttura energetica. Resta da capire se questa volta sarà davvero occasione di rilancio o se si tradurrà, come temono in molti, nell’ennesima servitù subita in silenzio.



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