Una prima analisi storico-politica sul centrosinistra, il trasformismo italiano e il caso sannita, quando il “campo largo” funziona solo se è progetto, non se diventa somma di convenienze, rivincite personali e conservazione degli equilibri esistenti.

 Il punto di partenza è semplice, ovvero Clemente Mastella può essere un alleato tattico, un interlocutore di centro, un soggetto politico radicato nel Sannio. Ma non può essere scambiato automaticamente per il “campo largo” a Benevento. La distinzione non è nominalistica. È politica. Il “campo largo”, secondo la definizione entrata nel lessico politico nazionale, indica un progetto di ampliamento della coalizione di centrosinistra verso forze collocate più al centro e più a sinistra, fondato sulla ricerca di prossimità programmatiche, politiche e ideali. La stessa Treccani lo definisce come progetto di allargamento della coalizione progressista, non come semplice addizione di sigle o pacchetti elettorali.

Questo significa che il campo largo, per esistere davvero, deve avere almeno tre condizioni: una visione comune, una discontinuità riconoscibile rispetto agli assetti che si vogliono superare, una credibilità etica e amministrativa agli occhi degli elettori. Senza questi elementi, resta soltanto una formula. E le formule, in politica, possono servire a vincere una conferenza stampa, non necessariamente un’elezione. A Benevento il nodo è proprio questo. Il mastellismo non nasce come componente organica del centrosinistra progressista. La biografia politica di Clemente Mastella attraversa l’intera Seconda Repubblica: Democrazia Cristiana, centro moderato, governo Berlusconi, governo Prodi, Udeur, Parlamento europeo, centrodestra, liste civiche, fino all’elezione a sindaco di Benevento nel 2016 e alla riconferma nel 2021. Lo stesso profilo istituzionale del Comune di Benevento ricorda il lungo percorso di Mastella, dalla Dc al ministero del Lavoro nel primo governo Berlusconi, fino al ministero della Giustizia nel secondo governo Prodi e all’elezione a sindaco nel capoluogo sannita.

Treccani, nella voce dedicata a Mastella, ricorda inoltre che nel 2006 fu ministro della Giustizia nel governo Prodi, si dimise il 17 gennaio 2008, poi dal 2009 al 2014 fu parlamentare europeo nelle liste del Popolo della Libertà; nel 2016 fu eletto sindaco di Benevento con il centrodestra e nel 2021 rieletto con liste civiche. Questa traiettoria non va demonizzata. Appartiene alla storia della politica italiana, fatta di centro, mediazione, cambi di campo, coalizioni variabili e personalizzazione del consenso. Ma proprio per questo non può essere presentata come naturale incarnazione del campo progressista. Mastella è, semmai, il simbolo di un centro autonomo, mobile, negoziale, capace di collocarsi dove ritiene più utile in base ai rapporti di forza. Questo può essere un valore per chi crede nella politica come mediazione. Ma diventa un problema se viene venduto come “campo largo” senza chiarire programma, identità e direzione.

La storia degli ultimi trent’anni insegna che le coalizioni costruite solo per sommare pezzi eterogenei possono vincere, ma spesso faticano a governare o a durare. L’Unione di Romano Prodi, nel 2006, mise insieme culture politiche molto diverse, dal centro moderato alla sinistra radicale. Mastella e l’Udeur ne fecero parte, ma nel gennaio 2008 l’Udeur uscì dalla maggioranza, contribuendo alla crisi del governo. La stessa Treccani ricorda che l’Udeur lasciò la maggioranza determinando la caduta del governo Prodi. Quel precedente resta una lezione centrale, cioè l’allargamento non basta. Se la coalizione non è fondata su una coerenza politica solida, ogni componente diventa potenzialmente decisiva, ricattatoria o destabilizzante. E quando il baricentro non è il programma ma il potere di interdizione, la coalizione smette di essere una comunità politica e diventa un condominio di interessi. Anche la vicenda nazionale del 2022 conferma il limite delle alleanze senza architettura. Alle politiche, il centrosinistra si presentò diviso, si ricordi, il Movimento 5 Stelle corse da solo, Azione-Italia Viva costruì il cosiddetto Terzo Polo, mentre il centrosinistra raccolse Pd, Verdi-Sinistra, +Europa e altri soggetti minori. Il centrodestra, unito, ottenne circa il 44%, mentre il centrosinistra si fermò intorno al 26,5%, con il Pd poco sopra il 19%; Azione-Italia Viva restò sotto l’8%. Il dato politico è chiaro, evidenzia che  qualsiasi alleanza vince quando è riconoscibile, non quando è semplicemente ampia. L’ampiezza senza messaggio genera confusione; la confusione non produce fiducia; senza fiducia, soprattutto in Italia, cresce l’astensione o si rafforzano le coalizioni percepite come più compatte.

Nel Sannio la questione si ripropone in scala locale. Mastella rivendica il ruolo di Noi di Centro come “forza-traino dell’area centrale del campo progressista” e sostiene che senza il centro “la sinistra perde”; secondo la sua lettura, nel triangolo Benevento-Avellino-Ariano, Noi di Centro sarebbe la principale forza del centro e la seconda di tutto il campo largo. Questa è una posizione politica legittima. Ma è anche una richiesta di primazia. Tradotta: il campo largo esiste solo se riconosce a Mastella e alla sua area un ruolo centrale, forse decisivo. Ed è proprio qui che nasce il problema. Se il campo largo diventa il campo di Mastella, non è più campo largo. È un’operazione di continuità mascherata da allargamento. Non a caso, nel dibattito beneventano, una parte del centrosinistra ha espresso contrarietà a un’intesa organica con il mastellismo. La direzione provinciale del Pd sannita, secondo le cronache locali, ha approvato un documento contrario a un’intesa con il mastellismo per la riconferma di Nino Lombardi alla Provincia, rivendicando la necessità di una proposta di centrosinistra in discontinuità con il passato.

Sintetizzato il quadro si può agevolmente parlare di “campo largo con Mastella ancora lontano”, riferendo che il Pd sannita ha ribadito il proprio riferimento al centrosinistra ma ha preso atto dell’impossibilità, allo stato, di costruire un’alleanza organica tra tutte le forze dell’area progressista. A sinistra, la critica è stata ancora più dura. Lucio Ferella di Avs-Sinistra Italiana ha parlato apertamente di “Campo largo? No. Campo Mastella”, sostenendo che ciò che si stava profilando non fosse un’alleanza nuova, ma “la fotografia di un sistema che si riproduce, cambiando nome ma non sostanza”. Questa frase intercetta il cuore politico della questione, in altre parole il campo largo non può essere l’etichetta nobile dietro cui nascondere la restaurazione di equilibri già noti.

A Benevento, Mastella non rappresenta una novità. Rappresenta un sistema consolidato, una leadership personale, una rete civica e politica che ha già governato la città e che continua ad avere un peso rilevante negli assetti provinciali. Anche qui i dati aiutano. Nel 2016 Mastella fu eletto sindaco di Benevento al ballottaggio con il centrodestra, ottenendo il 62,88%. Nel 2021 fu riconfermato al ballottaggio con una coalizione di liste civiche e centriste, tra cui Lista Mastella, Noi Campani e altre sigle locali. Dunque il suo consenso è reale. Ma proprio perché reale va chiamato con il suo nome: mastellismo, civismo personale, centro territoriale, sistema di potere locale. Non “campo largo” in senso progressista. Il punto non è stabilire se Mastella sia buono o cattivo, utile o dannoso, vincente o perdente. Il punto è capire se un progetto politico alternativo possa nascere accettando come baricentro colui che, da anni, è il principale interprete dell’assetto esistente.

Qui entra in gioco la riflessione più ampia, si deve ricordare che in politica la smania del potere, la rincorsa alle rendite, la sete di rivincite personali e il ripristino dei privilegi non costruiscono una strada maestra per affermarsi in un Paese come l’Italia. Possono produrre accordi, posizionamenti, candidature, distribuzione di ruoli. Ma difficilmente producono entusiasmo, partecipazione e fiducia. Gli elettori italiani, soprattutto negli ultimi trent’anni, hanno punito molte volte le operazioni percepite come artificiali. Hanno punito il trasformismo quando appariva solo sopravvivenza. Hanno punito le coalizioni percepite come ammucchiate. Hanno punito i partiti incapaci di dire con chiarezza chi erano, con chi stavano e per fare cosa.

La storia della Seconda Repubblica è piena di coalizioni nate con nomi suggestivi e finite sotto il peso delle contraddizioni interne. La lezione non è che bisogna restare puri e soli. La politica richiede alleanze. Ma un’alleanza senza un patto politico leggibile diventa un cartello elettorale. E un cartello elettorale, quando non mobilita speranza, finisce per mobilitare soltanto apparati. Il campo largo, allora, non significa letteralmente nulla se non risponde a tre domande. La prima: quale progetto di città, di provincia, di territorio propone? La seconda: quale discontinuità reale garantisce rispetto a ciò che ha governato finora? La terza: quale credibilità morale e amministrativa offre a cittadini che non chiedono soltanto nomi nuovi, ma metodi nuovi?

Se a queste domande si risponde con la somma delle sigle, il campo largo è un espediente. Se si risponde con la distribuzione preventiva di candidature, incarichi e compensazioni, il campo largo è una trattativa di potere. Se si risponde con la paura di perdere, il campo largo è una debolezza travestita da strategia. A Benevento il tema è ancora più delicato perché la politica locale vive da anni una forte personalizzazione. Mastella ha costruito un consenso che attraversa appartenenze tradizionali e aggrega mondi diversi. Ma questa capacità di attrazione non equivale a una cultura progressista condivisa. E allora chiunque voglia essere credibile, non può limitarsi a chiedere ospitalità nel campo del più forte. Deve decidere se vuole costruire un’alternativa o amministrare una continuità. Ed è qui che la tesi diventa netta: Mastella non è il campo largo. Può essere un pezzo di un ragionamento politico, ma non può esserne il nome, il metodo e il destino. Il campo largo, se vuole esistere, deve nascere da un programma pubblico, da una selezione trasparente della classe dirigente, da un rapporto chiaro con la città e da una rottura con la logica secondo cui la politica è solo occupazione degli spazi disponibili.

Altrimenti, più che campo largo, sarà campo corto, corto di idee, corto di coraggio, corto di futuro. E soprattutto sarà incomprensibile agli elettori, che non votano formule astratte, ma giudicano persone, coerenza, comportamenti e risultati. E la storia italiana degli ultimi trent’anni insegna che il potere può aggregare. Ma solo la credibilità può vincere davvero.

 

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