Dall’idea di don Sergio Ingegno alla collaborazione tra Comune e Parrocchia di Santa Maria dei Greci: il Museo dell’Identità Molinarese aggiunge un nuovo tassello al recupero del centro antico. Una storia di ricerca, appartenenza e responsabilità che parla anche al futuro delle comunità dell’entroterra.

Ci sono luoghi nei quali il passato continua a interrogare il presente. A Molinara, tra le mura del Borgo Antico, l’apertura del Museo dell’Identità Molinarese dà una casa a questa domanda: che cosa resta di una comunità quando scompaiono le persone capaci di raccontarne la storia? Restano gli edifici, gli oggetti, le fotografie. Ma perché quelle testimonianze continuino a parlare occorre riconoscerle, studiarle, metterle in relazione. Occorre qualcuno disposto a raccogliere il filo e a consegnarlo a chi verrà. Il nuovo spazio espositivo, in corso Umberto I, è promosso dal Comune di Molinara e dalla Parrocchia di Santa Maria dei Greci. La cronaca dell’inaugurazione pubblicata il 13 ottobre dal Sannio Quotidiano ne attribuisce l’idea a don Sergio Ingegno e al suo lavoro di ricerca e recupero del passato locale. L’annuncio diffuso prima dell’apertura indicava per sabato 10 ottobre 2026 la celebrazione della messa alle 18.30 e l’inaugurazione alle 19: due momenti che rendono visibile l’incontro fra la dimensione religiosa e quella civica dell’iniziativa.

Il valore di questa apertura si comprende guardando al luogo che la ospita. Un museo dell’identità, dentro un borgo segnato da una lunga storia e dalle ferite dei terremoti, assume un significato particolare: permette di associare alle pietre i nomi, alle case le vicende familiari, agli strumenti il sapere di chi li utilizzava. Il paesaggio costruito trova così una voce umana. E la memoria può diventare una pratica condivisa.

Il merito riconosciuto a don Sergio Ingegno richiama il lavoro paziente che precede ogni progetto culturale di questo genere. Prima di un’inaugurazione ci sono ricerche, confronti, materiali da individuare e tracce da interpretare. Ci sono domande alle quali rispondere: da dove viene un oggetto? A chi apparteneva? Quale uso ne veniva fatto? Quale vicenda consente di ricostruire? È in questo passaggio dalla testimonianza alla conoscenza che una raccolta acquista spessore.

La scelta di unire Comune e Parrocchia è coerente con la trama di un paese nel quale vita civile e vita religiosa hanno condiviso luoghi e ricorrenze. Le feste, i riti, il lavoro e le relazioni di vicinato appartengono alla stessa storia collettiva, pur conservando significati differenti. Raccontarli insieme offre la possibilità di leggere la comunità nella sua complessità, dando spazio sia alle istituzioni sia alle esperienze quotidiane.

Nell’articolo allegato, il sindaco Giuseppe Addabbo indica il senso dell’iniziativa con parole nette: «custodire, proteggere e raccontare chi siamo». È una formula che affida al museo tre responsabilità. Custodire significa impedire la dispersione. Proteggere significa prendersi cura delle testimonianze e del loro contesto. Raccontare significa renderle comprensibili, perché possano raggiungere anche chi non ha conosciuto direttamente quel mondo. Lo stesso intervento insiste sulla partecipazione della comunità e sul contributo dei ricordi tramandati. Qui si trova uno degli aspetti più promettenti del progetto: la possibilità che il museo cresca attraverso il rapporto con le famiglie. Una fotografia conservata in un cassetto, un documento, una testimonianza orale possono aggiungere informazioni che nessuna ricostruzione generale riuscirebbe a restituire da sola. Il patrimonio di un paese è distribuito anche nelle sue case.

Questa prospettiva richiede attenzione. Un ricordo personale ha un valore prezioso, ma deve essere raccolto rispettandone la natura: distinguendo ciò che è documentato da ciò che appartiene alla tradizione orale, conservando le diverse versioni quando esistono, registrando nomi, date e provenienze. La forza di un museo locale cresce quando l’affetto per il proprio paese si accompagna alla precisione della ricerca. La nuova apertura si inserisce inoltre in un percorso già avviato. La pagina del quotidiano segnala, accanto al nuovo spazio, il Museo della Civiltà Contadina, nato dal lavoro di ricerca di Massimo Scolavino e Mario Spagnoletti, con la collaborazione di altre persone. Il riferimento è significativo perché restituisce il carattere collettivo della cura della memoria: alle iniziative istituzionali si affiancano l’impegno personale e la disponibilità di chi raccoglie, riconosce e conserva testimonianze che rischierebbero di andare perdute.

La vicinanza fra i due musei suggerisce un racconto capace di mettere in relazione il lavoro agricolo, la vita domestica, le consuetudini e la dimensione religiosa. La cronaca parla di una rete museale che prende forma nel borgo. Perché questa prospettiva maturi pienamente, sarà importante costruire collegamenti leggibili fra gli spazi, i contenuti e la storia del centro antico. La prossimità fisica offre un punto di partenza; la qualità del racconto comune potrà darle continuità. Molinara dispone, per questo percorso, di un contesto di particolare interesse. Il Comune descrive il borgo medievale come un insediamento dalla forma pentagonale, circondato da mura e con cinque torri agli angoli, sulla sommità di una collina a 592 metri. Corso Umberto ne attraversa l’abitato, mentre i vicoli si dispongono a ventaglio. È una struttura nella quale resta riconoscibile l’organizzazione dello spazio vissuto da generazioni di abitanti.

Quella forma urbana aiuta a comprendere il rapporto fra comunità e territorio. Le strade collegano, le mura delimitano, le soglie separano e mettono in comunicazione la vita privata e quella pubblica. Visitare un borgo significa leggere anche queste relazioni. L’apertura di un museo può arricchire questa lettura, offrendo riferimenti concreti per immaginare come quei luoghi fossero abitati e quali attività vi si svolgessero. Il Catalogo generale dei Beni Culturali documenta Molinara fra i possedimenti di Raimondo di Loritello nel 1118 e ricostruisce successivi passaggi feudali. Registra inoltre i danni provocati dai terremoti del 1732, del 1962 e del 1980. Queste notizie collocano il centro antico dentro una storia lunga, attraversata da trasformazioni politiche e da ripetute crisi del patrimonio costruito. Il terremoto del 1962 rappresenta un passaggio decisivo per comprendere l’aspetto e il destino del borgo. La scheda comunale ricorda l’abbandono successivo al sisma e il recupero completato nel 2016. Richiama anche la conservazione dell’impianto urbanistico, alla base della denominazione promozionale di «Pompei della Valfortore». A dieci anni da quel recupero, la nuova apertura permette di leggere un ulteriore passaggio: agli interventi sul patrimonio edilizio si affianca un luogo dedicato alla storia della comunità.

La distanza fra il 1962 e il 2026 misura anche una sfida urgente. Con il trascorrere delle generazioni, le testimonianze dirette diventano più rare. Si possono perdere il nome di una persona ritratta, il significato di un gesto, la funzione di un attrezzo, la storia di una casa. Per questo la raccolta della memoria ha bisogno di tempo, metodo e continuità. Ogni informazione recuperata rende più leggibile un frammento del passato. Nel percorso del borgo, Santa Maria dei Greci occupa un posto centrale. Il Comune la presenta come il più antico luogo sacro di Molinara ancora sede parrocchiale e riferisce la tradizione di una fondazione altomedievale legata a monaci bizantini. La stessa scheda segnala la particolarità dell’impianto architettonico originario, riconducibile al tipo Kuppelhalle, raro nell’attuale Campania. Sono elementi che richiedono una narrazione attenta, capace di distinguere tradizione, indizi e documentazione storica.

La presenza della Parrocchia fra i promotori del museo si inserisce dunque in un contesto nel quale il patrimonio religioso è parte essenziale della storia locale. La chiesa, il borgo e le testimonianze della vita quotidiana possono essere letti in relazione. Per il visitatore, questa connessione offre l’occasione di comprendere come luoghi di culto e spazi dell’abitare abbiano contribuito alla formazione di un’appartenenza comune. Il patrimonio molinarese ha avuto anche occasioni di incontro con un pubblico esterno. Nel dicembre 2024, nell’ambito della rassegna “Paese in Vetrina”, Molinara fu protagonista di un appuntamento al Teatro Romano di Benevento, con la Nuova Banda Musicale e la presentazione di prodotti locali. La notizia, riportata da NTR24, mostra come la comunità abbia già cercato occasioni per raccontarsi attraverso linguaggi differenti: musica, cultura materiale e produzioni del territorio.

Il nuovo museo può contribuire a dare profondità a questo racconto. Anche sul piano turistico, il suo interesse sta nella possibilità di accompagnare il visitatore dalla bellezza dei luoghi alla comprensione della loro storia. Un percorso ben costruito può incoraggiare a fermarsi, osservare, fare domande. Gli eventuali benefici per l’accoglienza e le attività locali dipenderanno dalla capacità di organizzare questa esperienza con continuità. È qui che comincia il lavoro successivo al taglio del nastro. Orari riconoscibili, informazioni aggiornate, cura delle collezioni, materiali di accompagnamento e collaborazione con le scuole saranno elementi decisivi per consolidare il progetto. Sono prospettive di sviluppo, non attività che le fonti consultate consentano già di considerare operative. L’inaugurazione apre una possibilità; la gestione quotidiana dovrà darle consistenza.

Particolarmente importante potrà essere il coinvolgimento dei giovani. Il museo offre un terreno concreto per imparare a interrogare le fonti: confrontare una fotografia con un luogo, ricostruire una vicenda familiare, ascoltare una testimonianza e verificarne i riferimenti. In questo modo la storia locale può diventare esercizio di conoscenza e di responsabilità. I ragazzi ricevono un patrimonio e, insieme, imparano come prendersene cura. Anche strumenti digitali e raccolte di testimonianze orali potrebbero ampliare la partecipazione, coinvolgendo chi vive lontano e conserva un legame con Molinara. Un archivio accessibile, costruito con criteri chiari e con il consenso di chi contribuisce, permetterebbe di collegare materiali e persone. È una possibilità da valutare, insieme alle risorse necessarie per garantirne la qualità e la durata.

La portata dell’iniziativa si misurerà soprattutto in questa capacità di mantenere aperto il rapporto con la comunità. Un museo dell’identità acquista forza quando sa accogliere nuove domande, integrare nuove testimonianze e restituire agli abitanti ciò che ha raccolto. L’identità di un paese comprende le sue continuità e i suoi cambiamenti, le partenze e i ritorni, le esperienze che si somigliano e quelle che differiscono. Per Molinara, il nuovo spazio rappresenta dunque un impegno concreto verso la propria storia. Don Sergio Ingegno, il Comune, la Parrocchia e quanti hanno lavorato alla conservazione delle testimonianze locali contribuiscono a rendere visibile un patrimonio che appartiene all’intera comunità. Il borgo recuperato trova un’altra occasione per essere attraversato, conosciuto e raccontato. Il taglio del nastro segna l’inizio di questa responsabilità. Il futuro del Museo dell’Identità Molinarese dipenderà dalle porte che resteranno aperte, dalle ricerche che proseguiranno, dalle persone che vi entreranno portando una domanda o un ricordo. Fra quelle mura, la memoria torna ad avere un indirizzo. Adesso può diventare un incontro: fra chi ha custodito la storia di Molinara e chi avrà il compito di continuarla.

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