Il nuovo presidente prova a costruire una squadra “civica, etica e senza eletti”, ma le pressioni del PD campano, l’attivismo di Piero De Luca, l’eredità politica dell’ex governatore e il protagonismo del sindaco Manfredi complicano la trattativa. Tra ambizioni, veti incrociati e richieste di discontinuità, la Campania resta senza giunta e la vera partita del potere è appena cominciata.

In questo momento la Campania è in una fase di passaggio delicata: le elezioni sono alle spalle, i consiglieri regionali sono stati proclamati, il presidente Roberto Fico si è insediato ufficialmente, ma la giunta non è ancora nata ed è proprio lì che si sta giocando la partita politica più complicata.

Il punto fermo è la proclamazione di Fico il 9 dicembre, nell’auditorium del Palazzo di Giustizia di Napoli. In quella sede l’ex presidente della Camera ha fissato alcuni paletti politici e simbolici molto chiari. Da un lato l’idea di una giunta costruita all’insegna dell’“etica pubblica” e del coinvolgimento di tutte le forze della coalizione vincente, comprese quelle civiche. Dall’altro una discontinuità netta rispetto al “modello De Luca” sulla composizione della squadra. Fico ha ribadito che in giunta non entreranno consiglieri regionali eletti, per rafforzare il ruolo del Consiglio e delle commissioni e non trasformare l’esecutivo in un luogo di spartizione tra correnti e territori. Almeno nella prima fase, inoltre, intende tenere per sé la delega alla Sanità, il dossier più sensibile della Regione.

Nel frattempo, l’ufficio elettorale ha completato la proclamazione dei consiglieri, aprendo la strada all’avvio della XI legislatura regionale e alle trattative su presidenza del Consiglio e commissioni permanenti, che dovranno incastrarsi con il puzzle della giunta. Il primo Consiglio è stato convocato per il 29 dicembre e questo fissa, di fatto, una scadenza politica per chiudere almeno il quadro essenziale dell’esecutivo.

La giunta, però, ancora non c’è. Da lunedì 22 dicembre Fico ha programmato un vero e proprio “giro di consultazioni” a Palazzo Santa Lucia con tutti i soggetti del campo largo che lo hanno sostenuto, Partito Democratico, Movimento 5 Stelle, lista deluchiana, socialisti, Verdi–Sinistra, centristi e civici. L’obiettivo dichiarato è ascoltare i nomi e le proposte di ciascuno e costruire una squadra percepita come condivisa, non “calata dall’alto”. Ma le trattative sono complesse. Lo schema che circola nei retroscena prevede tre assessorati al PD (uno dei quali con la vicepresidenza), due alla lista deluchiana “A testa alta” – con la riconferma data quasi per scontata di Ettore Cinque al Bilancio – un posto ai socialisti (con il nome di Enzo Maraio che torna spesso), uno ad Alleanza Verdi e Sinistra, uno al M5S oltre alla presidenza, e altre caselle per liste minori e area Fico.

Su questo impianto, però, pesano due fattori: le dinamiche interne al PD campano e il ruolo tutt’altro che defilato della “galassia De Luca”. Da un lato, il presidente uscente Vincenzo De Luca ha lasciato Palazzo Santa Lucia rivendicando a voce alta il proprio lascito amministrativo. In una delle sue ultime dirette ha sostenuto che la nuova giunta “avrebbe lavoro per almeno tre anni” semplicemente portando a compimento quanto programmato e finanziato negli ultimi dieci anni, sottolineando lo sblocco di fondi europei, nuove infrastrutture e opere già appaltate. Un modo per mettere pressione sul successore, rivendicare continuità e far capire che il “file” della programmazione resta nelle sue mani politiche, almeno sul piano del racconto pubblico.

Dall’altro lato c’è il figlio Piero De Luca, oggi segretario regionale del PD campano, che secondo molte cronache sta provando a controllare in maniera strettissima la partita delle nomine. Un’inchiesta di Fanpage, molto rilanciata nel dibattito interno ai Dem, racconta di una regia che avrebbe irritato mezzo partito, vede Piero che decide su chi entra o esce dalla giunta, sul destino di figure chiave come l’ex vicepresidente Fulvio Bonavitacola, sul futuro del sindaco di Portici Enzo Cuomo come possibile assessore, e addirittura sugli equilibri dei congressi provinciali, a partire da Napoli. L’espressione che fa il giro delle chat Dem è “dal sultano al sultanino”, a indicare il rifiuto di passare dalla leadership fortissima di Vincenzo De Luca a un nuovo sistema di comando familiare. Ne nasce un fronte trasversale interno al PD, dove pezzi dell’area riformista, i dieci consiglieri eletti, la presidente regionale del partito Teresa Armato e i fedelissimi di Elly Schlein contestano la pretesa del segretario di decidere da solo la linea sulle nomine e sul congresso.

Dentro queste tensioni si inserisce anche il nodo della vicepresidenza. Il capogruppo storico Mario Casillo si considera il candidato naturale alla numero due della Regione, ma da Roma rimbalza la voce di un possibile nome alternativo, il deputato Marco Sarracino, figura di punta del “campo largo” schleiniano, molto vicino anche al sindaco di Napoli. Una sua discesa in Regione, lasciando Montecitorio, sarebbe un segnale fortissimo di rinnovamento e di ancoraggio della giunta al progetto progressista nazionale, ma rischia di far saltare i fragili equilibri interni al PD campano. Ma secondo voci accreditate, la segretaria cerca volutamente lo scontro diretto con i De Luca, proprio per far saltare il banco e mettere alle corde i due salernitani. In questo modo isolandoli all’interno del partito campano.

In questo quadro, il ruolo di Gaetano Manfredi è tutt’altro che marginale. Il sindaco di Napoli è uno degli “architetti” del campo largo che ha sostenuto Fico, e politicamente rappresenta il ponte fra la dimensione metropolitana e la Regione. Alla cerimonia di proclamazione del nuovo presidente, Manfredi ha voluto mandare un messaggio molto chiaro, abbracciando Fico e dicendo, davanti alla stampa, che “i cittadini vogliono che stiamo insieme, le cose di parte, di partito, non interessano”. Parole che, lette in controluce, segnano uno stacco rispetto ai rapporti spesso conflittuali fra Comune e Regione nell’era De Luca e indicano la volontà di costruire un asse istituzionale stabile Napoli–Regione su trasporti, PNRR, welfare urbano.

Nelle numerose dichiarazioni Manfredi insiste su due concetti. Napoli “tornata centrale” nello scenario regionale e nazionale e la necessità, per il campo largo, di partire dai progetti prima che dai nomi. In sostanza chiede che la giunta Fico metta al centro le grandi partite aperte sulla città metropolitana, rilancio dei servizi di base, mobilità, rigenerazione urbana, Bagnoli, e che la rappresentanza napoletana in giunta non sia frutto di mere logiche correntizie, ma di competenze e profili all’altezza della sfida. Non è un caso che alcuni dei nomi che circolano per gli assessorati più pesanti, dal turismo alle politiche sociali, arrivino proprio dall’area politica e amministrativa che fa riferimento a Napoli, come l’assessora comunale Teresa Armato.

Se dovessimo tirare le fila dello stato dell’arte, oggi la fotografia è questa: il quadro istituzionale di base è definito, proclamazione di Fico e dei consiglieri, data del primo Consiglio, primi tasselli dello staff a Santa Lucia. Mentre la giunta è ancora in fase di costruzione, frenata da un intreccio di fattori, in primo luogo la volontà di Fico di segnare discontinuità con il passato senza spaccare la coalizione; poi la resistenza della “famiglia politica” De Luca a perdere peso e ruoli, la partita congressuale interna al PD campano, e ancora le ambizioni dei partner minori, e in conclusione le aspettative del sindaco di Napoli e dei territori rispetto alla rappresentanza in giunta.

Le dichiarazioni di Fico puntano a tenere insieme trasparenza, competenze e partecipazione delle forze civiche, con l’idea di “trovare l’equilibrio migliore” non per i partiti ma per i cittadini campani. Ma la fase è ancora quella della trattativa, non della sintesi. Nei prossimi giorni capiremo se questo equilibrio passerà per una giunta davvero nuova, anche nei volti, o per un compromesso che terrà ancora a lungo in campo il sistema di potere malato costruito in dieci anni da Vincenzo De Luca e dai suoi.

 

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