Fiumicino piange un uomo, un lavoratore di 64 anni, caduto mentre era impegnato sul tetto di un’officina all’interno dell’aeroporto. Stava facendo il suo dovere, stava guadagnando il pane per la sua famiglia, e invece il lavoro – ciò che dovrebbe dare dignità e futuro – si è trasformato ancora una volta in tragedia.

L’operaio era impiegato in subappalto. Un attimo, un passo in più, forse un’imprudenza o forse una condizione di sicurezza non garantita, e la sua vita si è interrotta nel silenzio gelido di un cantiere. È l’ennesima morte bianca che segna il nostro Paese, l’ennesima ferita che non possiamo più considerare un semplice fatto di cronaca.

“Non possiamo parlare di fatalità”, sottolinea con forza Paolo Capone, Segretario Generale UGL. Al suo fianco, Armando Valiani, Segretario Regionale UGL Lazio, rilancia un appello che suona come un grido di responsabilità collettiva:

“Dobbiamo intensificare i controlli, intervenire in modo deciso nei settori più a rischio. E dobbiamo farlo adesso, non domani, non dopo l’ennesima vittima. Ogni vita persa è una sconfitta per tutti”.

“È necessario investire nella formazione continua e adeguata sulla sicurezza, perché nessun lavoratore dovrebbe salire su un’impalcatura, un tetto, un macchinario senza essere preparato, senza avere garanzie reali per tornare a casa sano e salvo”.

UGL chiede che si prosegua e si rafforzi il tavolo permanente tra istituzioni, parti sociali e aziende, per rendere più incisive le misure di prevenzione e fermare questa scia di sangue che, giorno dopo giorno, intacca la dignità del lavoro stesso.

Dietro ogni notizia come questa ci sono famiglie distrutte, colleghi attoniti, comunità che si stringono attorno a un vuoto improvviso. La morte di un operaio a Fiumicino non è un fatto lontano, è qualcosa che riguarda ciascuno di noi: perché il lavoro dovrebbe costruire futuro, mai strapparlo via. Oggi più che mai, davanti a questa ennesima tragedia, dobbiamo avere il coraggio di pretendere che la sicurezza diventi una priorità assoluta, non uno slogan. Perché nessun altro debba pagare con la vita il prezzo del lavoro.

 

 

 

 

 

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