Matteo Renzi va a Otto e Mezzo e intima al campo largo di non escluderlo, pena la sconfitta. Ma con Italia Viva ferma attorno al due per cento e il Movimento 5 Stelle in affanno, il suo ultimatum ha il suono di una battuta recitata da chi ha perso il pubblico senza perdere la parte.
Pirandello immaginò sei personaggi che, rifiutati dal loro autore, si presentavano su un palcoscenico vuoto pretendendo di essere rappresentati. Ne bastava uno solo, a Otto e Mezzo, per rinnovare il prodigio. Matteo Renzi varca la soglia dello studio con l’andatura di chi rientra in una casa che ritiene ancora sua, la postura protesa, il sorriso di chi conosce già l’ultima scena, e consegna al conduttore e al Paese un oracolo. Se il campo largo oserà porre un veto su Italia Viva, perderà. La frase cade con l’autorità di un teorema, e gli spettatori più attenti si accorgono soltanto dopo che il teorema manca della premessa.
La premessa sarebbero i voti. Italia Viva ne raccoglie pochi, quanto basta a fondare una corrente e a stento un’epopea, e tra ciò che Renzi rivendica e ciò che le urne concedono si apre una distanza che egli percorre ogni sera con la disinvoltura del funambolo che ha deciso di non guardare sotto i propri piedi. È qui che la politica cede il passo alla psicologia. Il piccolo numero viene promosso a forza decisiva, la marginalità ribattezzata scelta strategica, la ferita d’orgoglio travestita da visione. Chi ascolta assiste a una lunga e ingegnosa opera di traduzione, in cui ogni umiliazione statistica viene volta in prosa eroica.
Perché Renzi non comunica, recita, e recita bene, il che rende la vicenda più crudele. Ha la battuta pronta, il sarcasmo puntuale, la pausa che il regista non oserebbe togliere. Gli manca soltanto la sala. La politica, ricordava qualcuno, è geometria prima che eloquenza, e quando la platea si restringe chi occupa poco spazio non viene espulso per malizia ma per semplice proporzione. Ne discende il paradosso più elegante dell’intera faccenda. Un uomo capace di dominare qualunque studio televisivo si scopre incapace di occupare un centimetro di più nella mappa dei consensi, come il fischiatore di quartiere che alza il tono nella speranza che qualcuno creda alla banda alle sue spalle.
Né aiuta la sorte del Movimento 5 Stelle, che nel copione di Renzi dovrebbe liberare praterie e che invece, sfarinandosi, restringe il recinto. Le coalizioni si compongono per sottrazione prima ancora che per addizione, e quando il pallottoliere si riazzera l’alleato più rumoroso è spesso il primo a scoprirsi superfluo. L’ex rottamatore proclama la propria indispensabilità nell’istante esatto in cui il sistema impara a farne a meno, e nessuna arringa, per quanto brillante, ha mai convinto un’aritmetica a cambiare idea.
Resta, e va riconosciuta, una fibra quasi commovente. Renzi non arretra, non si scusa, non concede al tempo il diritto di avere l’ultima parola, e combatte l’irrilevanza con le sole armi che il destino gli ha lasciato, l’intelligenza, la velocità, la lingua. Sono armi nobili, e proprio per questo il quadro strazia. Un virtuoso che suona sul ponte di una nave già ormeggiata, e che continua per la troppa maestria a non accorgersi che il viaggio è finito. Non è dunque ostilità quella che rimane a sipario quasi calato, ma una malinconia lieve, la stessa che si prova davanti agli attori che non sanno congedarsi. Povero Renzi, dunque, non per pietà ma per riconoscenza verso la ditta che ogni teatro ha il suo ultimo interprete, e ogni ultimo interprete il suo applauso fantasma.






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