
Ogni quattro anni, in Campania scatta il rituale che vede alzare polveroni di sondaggi e ci si interroga se la “manna” di Vincenzo De Luca possa davvero trasformare un candidato qualunque in favorito d’elezione.
Ebbene, l’ultimo spettacolo demoscopico assomiglia più a un’esibizione di fuochi d’artificio stanchi che a una vera e propria definizione dei ruoli in campo.
Il centrosinistra, senza un De Luca a fare da battitore libero, sta già volando al 56,6% delle preferenze, mentre il centrodestra arranca al 35,6%. Annunciare un “terzo polo” targato De Luca, con un bel 21% di consensi, stuzzica sì la curiosità degli analisti, ma non travolge gli equilibri, infatti il campo largo fatica solo a un più che tranquillo 43,2%, mentre la destra si ferma al 30,9%.
Se vi aspettavate un plebiscito di fedelissimi pronti a schierarsi in massa, rimarrete delusi. Ad oggi (ma le cose sembrerebbero cambiare velocemente) il 21% degli elettori si dice effettivamente influenzato dall’indicazione di De Luca, mentre un formidabile 43% non rinuncerebbe per nulla al “campo largo” PD–M5S–alleati vari e, sorpresa delle sorprese, un solido 31% continuerebbe a guardare verso il Centrodestra. Il mito del “De Luca-pull” insomma sfuma più velocemente di un tramonto estivo in riva al Golfo.
E che dire del fantasma dell’astensionismo? Il 50% dei potenziali elettori campani dichiara di non voler neanche pensarci a votare, segno che le “grandi alleanze” e le benedizioni politiche non scuotono più le coscienze come una volta. Se metà dell’elettorato diserta il seggio perché annoiato o disilluso, nemmeno, a detta sua, il più carismatico dei governatori può pretendere di mobilitarlo con un tweet o una conferenza stampa.
Per capire meglio la fragilità del “De Luca effect” basti confrontare la notorietà e la fiducia attribuite agli altri protagonisti in campo. Roberto Fico gode di un 78% di notorietà e di un 53% di fiducia, mentre la coalizione PD–M5S–alleati si assesterebbe intorno al 48,7%, con il Centrodestra confinato a un modesto 37%. Non serve una sfera di cristallo per vedere come il consenso delle coalizioni esca pressoché indenne dal passaggio di un De Luca superstar.
Anche i temi del voto confermano quanto contino più i programmi delle facce. Secondo la Fondazione Istituto Campano, il 66% degli elettori indicano la sanità come priorità primordiale, seguita dall’occupazione giovanile (47%) e dalla voglia di trasparenza (oltre il 70% chiederebbe candidati “puliti” e lontani da scandali). La parola d’ordine che assume valore assoluto e indiscutibile è che il voto ragionato è più forte dell’endorsement politico.
In questo salotto elettorale, dunque, il Governatore uscente resta un indiscusso protagonista del teatrino mediatico, ma non l’attore in grado di ribaltare l’esito. Il centrosinistra dimostra di avere gambe proprie, e il Centrodestra una sua coesione residuale. Il terzo polo di De Luca racconta la voglia di un’alternativa, ma si scontra con la legge non scritta che vede in Campania chi decide davvero è chi parla di “cure, lavoro e trasparenza”, non chi mette il suo sigillo su un documento programmatico.
In conclusione, la “mano pesante” di De Luca alle Regionali 2025 rischia di essere solo una comparsata. Gli elettori campani non sembrano più deformabili a piacimento, né da simpatie personali né da antichi rancori. Se davvero volessimo un responso definitivo, basterebbe guardare la fotografia dei numeri, dove senza De Luca il centrosinistra vince con un margine di quasi 21 punti, con lui in campo alternativo, al massimo, si arrocca al 43,2%. Morale della favola? Meglio che il Governatore si goda i tramonti sul Golfo perché il suo prestigio, dopotutto, è confortato dalla storia, ma non dalla prossima poltrona.







Commenti recenti