
Nel nuovo Rapporto di Roberta Garibaldi il turismo enogastronomico diventa il motore di un’Italia che unisce tradizione e innovazione, dove il gusto si fa linguaggio universale e l’intelligenza artificiale incontra la cultura del territorio, restituendo significato, valore e futuro al modo di viaggiare.
Roberta Garibaldi appartiene a quella rara categoria di studiosi che riescono a trasformare la ricerca in narrazione e la statistica in racconto civile. Economista, docente all’Università di Bergamo e presidente dell’Associazione Italiana Turismo Enogastronomico, da anni rappresenta una voce di riferimento nel dibattito internazionale sul valore culturale del cibo e del viaggio. I suoi studi, da sempre caratterizzati da un rigore analitico accompagnato da una sensibilità umanistica, hanno contribuito a definire il turismo enogastronomico come una vera e propria chiave interpretativa dell’Italia contemporanea. La nuova edizione del Rapporto sul Turismo Enogastronomico Italiano 2025, realizzata con il sostegno di Visit Emilia e Valdichina Living, conferma questa capacità di coniugare dati e visione, metodo e passione.
Il Rapporto, presentato al Bto–Be Travel Onlife di Firenze, mette al centro per la prima volta la domanda internazionale, aprendo una finestra sullo sguardo del mondo verso l’Italia. Ciò che emerge non è solo una mappatura di flussi, ma un racconto collettivo fatto di desideri, abitudini, sogni e curiosità. L’indagine coinvolge i sei mercati esteri più rilevanti – Germania, Regno Unito, Stati Uniti, Austria, Svizzera e Francia – e si trasforma in una sorta di viaggio comparativo dentro l’immaginario del gusto globale. Le cifre sono eloquenti: tra i turisti che viaggiano per motivi enogastronomici, la quota varia dal 60 per cento del Regno Unito al 74 per cento della Francia, con un incremento notevole rispetto al 2016. Il cibo e il vino continuano a essere la principale ragione che lega il nome dell’Italia a un sentimento di autenticità e bellezza.
Garibaldi osserva con chiarezza come l’attrattiva del gusto non si limiti più al consumo, ma si espanda fino a diventare esperienza culturale. I francesi si lasciano affascinare dal paesaggio rurale e dai ristoranti locali, gli americani cercano esperienze tematiche e gourmet, i tedeschi e gli svizzeri cercano l’immersione nei territori e nella lentezza. Dietro le percentuali si nasconde una verità più profonda: il viaggio enogastronomico è ormai un modo di abitare temporaneamente un luogo, di imparare a conoscerlo attraverso i sensi e la relazione con chi lo vive quotidianamente. È la trasformazione di un gesto antico, quello del mangiare insieme, in una pratica di conoscenza e appartenenza.
Il Rapporto non è solo un insieme di dati, ma una riflessione sul nostro tempo. L’autrice scrive che “capire come ci vedono e come ci vivono è il primo passo per governare il cambiamento” e con questa frase costruisce una visione strategica che supera l’approccio tradizionale del marketing turistico. Il turismo del gusto non è più un settore di nicchia, ma un prisma attraverso cui osservare l’economia, la cultura e le dinamiche sociali dell’Italia contemporanea. Le cifre relative alle intenzioni di viaggio parlano da sole: fino all’81 per cento dei turisti di area austriaco-svizzera e oltre il 70 per cento dei francesi dichiarano la volontà di tornare in Italia nei prossimi tre anni, con l’enogastronomia come elemento decisivo nella scelta della destinazione.

L’analisi di Garibaldi si arricchisce di un elemento chiave, quello della percezione e dell’esperienza. Il turismo del gusto diventa così una lente attraverso cui leggere la trasformazione del viaggiatore globale. Non più collezionista di immagini o degustatore di specialità, ma individuo in cerca di connessioni umane e culturali. La bellezza dei paesaggi rurali, la cura artigianale dei prodotti, la semplicità delle tradizioni, diventano i tratti distintivi di un nuovo modo di viaggiare che premia la lentezza, la conoscenza e la sostenibilità. In questo senso, la scrittura di Garibaldi possiede un tono quasi poetico, quando racconta “il ritorno all’essenziale” e la nascita di una “intimità gastronomica” fatta di piccoli gruppi, incontri diretti e comunità del gusto.
Il Rapporto offre anche una prospettiva critica sulla governance dei territori italiani. Garibaldi indica con chiarezza le quattro leve su cui fondare il futuro del turismo enogastronomico: stewardship territoriale, misurazione degli impatti, digitalizzazione e professionalizzazione delle competenze. È un linguaggio che mescola l’economia alla cura, l’innovazione alla responsabilità. La competitività, scrive, non si misura più nel numero dei visitatori, ma nella qualità delle esperienze e nella capacità di generare valore condiviso. È una visione che restituisce centralità alle comunità locali, ai produttori, alle piccole imprese agricole e artigiane, ossatura di un sistema che rischierebbe altrimenti di smarrire il suo senso originario.
Il tono si fa quasi etico quando Garibaldi sottolinea che il turismo del gusto può diventare leva di rigenerazione per le aree interne, dove la perdita di servizi e saperi tradizionali ha indebolito il tessuto sociale. Il turismo enogastronomico, con la sua forza relazionale e culturale, può restituire vita a questi luoghi, riattivando competenze e orgoglio identitario. Ma perché ciò accada serve, come ricorda l’autrice, “un approccio sistemico” che integri politiche pubbliche, infrastrutture, incentivi fiscali e formazione diffusa.
Tra le pagine più innovative del Rapporto, spicca l’analisi sull’impatto dell’intelligenza artificiale. L’autrice descrive con lucidità la nuova geografia digitale del turismo, dove la visibilità online diventa condizione di esistenza. “Se i dati di un’azienda non sono leggibili dai sistemi AI, quella realtà rischia di non esistere” afferma Garibaldi, spiegando come le piattaforme integrate con l’intelligenza artificiale stiano modificando radicalmente le modalità di scelta e di pianificazione dei viaggi. Il Rapporto propone strumenti operativi, invitando le imprese a uniformare i propri dati, a essere presenti sui portali esperienziali e a costruire reti informative condivise. L’intelligenza artificiale non viene descritta come un nemico, ma come un alleato, una nuova infrastruttura capace di rendere più trasparenti e accessibili le esperienze di viaggio.
Nel capitolo dedicato alle competenze emergono le sfide umane dietro l’innovazione tecnologica. Molti produttori e artigiani, pur eccellenti nel proprio mestiere, non dispongono delle conoscenze digitali necessarie per affrontare il mercato globale dell’esperienza. Il Libro Bianco sulle Professioni del Turismo Enogastronomico – richiamato nel Rapporto – identifica figure nuove come l’hospitality manager, il consulente del turismo del gusto, il curatore di esperienze. Si tratta di professioni ibride, che uniscono sensibilità culturale e competenza tecnica, destinate a diventare fondamentali nella costruzione di un ecosistema turistico sostenibile e competitivo.
Il testo trova un contrappunto narrativo nelle voci dei territori. Simone Fornasari, presidente di Visit Emilia, parla con orgoglio della sua regione come “patrimonio dell’umanità del gusto”, raccontando un paesaggio dove il Parmigiano Reggiano, il Prosciutto di Parma e l’Aceto Balsamico Tradizionale diventano simboli di una cultura che sa trasformare la materia in arte. Il suo racconto dell’itinerario cicloturistico lungo 360 chilometri nella Food Valley non è solo una descrizione turistica, ma una dichiarazione di appartenenza. Michele Angiolini, sindaco di Montepulciano, aggiunge la voce della Toscana rurale, dove la qualità delle produzioni si fonde con la bellezza dei paesaggi e la profondità delle radici culturali. Entrambi offrono testimonianze che confermano le intuizioni del Rapporto: il turismo enogastronomico come chiave per uno sviluppo sostenibile e identitario.
Il merito più grande dello scritto di Garibaldi è quello di saper fondere linguaggio tecnico e visione letteraria, restituendo alla ricerca un’anima. La struttura del Rapporto è rigorosa, ma la narrazione è calda, attraversata da una fiducia contagiosa nel futuro. La prosa, limpida e priva di enfasi superflue, riesce a comunicare concetti complessi con leggerezza e precisione. C’è un equilibrio sottile tra la dimensione accademica e quella narrativa, tra la freddezza dei numeri e la vitalità delle storie che quei numeri contengono.
Nel finale, Garibaldi lascia spazio a una riflessione quasi filosofica. L’Italia, scrive, ha la possibilità di costruire un modello di sviluppo fondato sul valore, non sul volume. Integrare intelligenza naturale, sociale e artificiale diventa la sfida per un turismo rigenerativo, capace di generare benessere diffuso e di restituire senso al viaggio. È un pensiero che riecheggia la tradizione umanistica italiana, dove la tecnologia è chiamata a dialogare con la natura e con la comunità, e non a sostituirle.
In definitiva, il Rapporto sul Turismo Enogastronomico Italiano 2025 è un testo che trascende il suo stesso genere. È reportage, saggio e visione, insieme. Racconta un Paese che attraverso il gusto ritrova la propria identità e il proprio posto nel mondo. Ogni pagina invita a un atto di responsabilità collettiva: capire che il turismo non è un consumo, ma un incontro, e che il cibo non è soltanto nutrimento, ma linguaggio, cultura e futuro. Garibaldi ci mostra un’Italia che può ancora insegnare il valore dell’armonia tra tradizione e innovazione, tra locale e globale, tra memoria e desiderio. Un’Italia che non teme la modernità, ma la trasforma in occasione per raccontare, con voce nuova, la sua storia più antica.






Commenti recenti