
Matteo Cornelius Sullivan, reggente del Partito della Alternativa Monarchica, interviene sul tema degli allontanamenti familiari: “Quando una giovane donna incinta pensa di dover fuggire per non perdere suo figlio, significa che il rapporto tra cittadini e istituzioni si è spezzato”.
Una ragazza minorenne, disperata perché rimasta incinta, scrive sui social chiedendo aiuto. Attorno a lei si muove una delle tante comunità digitali nate negli ultimi anni dopo casi che hanno profondamente segnato il dibattito pubblico sugli affidi, sui minori e sul rapporto tra famiglie e istituzioni. La risposta che riceve è quasi unanime: andare via. All’estero, oppure almeno in un’altra regione italiana. Fuggire. Sottrarsi. Cercare altrove un luogo percepito come più sicuro. È questo il punto che, secondo Matteo Cornelius Sullivan, reggente del Partito della Alternativa Monarchica, dovrebbe interrogare la politica e le istituzioni. Non il singolo episodio, sul quale non si entra nel merito, ma il clima che esso rivela: una giovane donna, già davanti a una scelta difficile e a una condizione di fragilità, si trova circondata da persone che non le consigliano di affidarsi allo Stato, ma di temerlo. “È un fatto agghiacciante”, osserva Sullivan. “Quando centinaia di persone suggeriscono a una ragazza incinta di lasciare il proprio territorio per proteggere sé stessa e il bambino che porta in grembo, significa che qualcosa si è rotto in profondità nel rapporto tra cittadini e istituzioni”. Per il reggente del Partito della Alternativa Monarchica, il tema non riguarda soltanto la cronaca, ma la concezione stessa dello Stato. Una nascita dovrebbe essere accolta come motivo di speranza, soprattutto in un Paese segnato dalla denatalità e da un impoverimento progressivo del tessuto familiare. Invece, sostiene Sullivan, per troppe persone fragili la maternità viene vissuta non come un evento da sostenere, ma come un possibile rischio.
“Una ragazza che sceglie di portare avanti una gravidanza compie oggi una scelta difficile, spesso controcorrente”, afferma Sullivan. “Di fronte a questa decisione, lo Stato dovrebbe accompagnare, proteggere, aiutare. Se invece viene percepito come una minaccia, allora il problema è enorme”. Il riferimento è al sistema degli affidi e degli allontanamenti familiari, tema che negli ultimi anni ha prodotto polemiche, inchieste, mobilitazioni e profonde lacerazioni nell’opinione pubblica. Casi come Bibbiano e altre vicende giudiziarie hanno alimentato una sfiducia diffusa verso assistenti sociali, tribunali per i minorenni, consulenti, comunità e operatori del settore. Sullivan invita a non separare astrattamente le responsabilità dei singoli apparati da quelle dello Stato. “Magistrati, avvocati, assistenti sociali, consulenti e strutture pubbliche o convenzionate sono, a diverso titolo, espressione dell’ordinamento statale”, sottolinea. “Quando il cittadino li incontra, incontra lo Stato. Se da quell’incontro nasce paura, umiliazione o senso di impotenza, lo Stato ha fallito nella sua funzione primaria”.
Secondo Sullivan, il primo dovere di qualsiasi istituzione è difendere i cittadini, non costringerli a vivere nella paura. La tutela dei minori non può trasformarsi, sostiene, in un meccanismo percepito come punitivo verso le famiglie povere, fragili o prive di strumenti culturali ed economici adeguati. “Troppo spesso”, afferma, “chi è debole viene trattato come colpevole prima ancora di essere ascoltato. La povertà, la solitudine, la giovane età, la mancanza di reti familiari non possono diventare automaticamente indizi di inadeguatezza genitoriale”. Il nodo, per Sullivan, è distinguere con nettezza le situazioni di reale pericolo per i minori da quelle in cui il problema principale è la fragilità sociale della famiglia. Nel primo caso lo Stato ha il dovere di intervenire con fermezza; nel secondo dovrebbe agire con strumenti di sostegno, non con logiche di separazione. “Un bambino va protetto quando è realmente in pericolo”, chiarisce. “Ma se la difficoltà di una madre o di un padre è economica, sociale, abitativa o psicologica, la prima risposta dovrebbe essere l’aiuto, non l’allontanamento. Lo Stato giusto non spezza i legami se può prima salvarli”.
Da qui la critica a un sistema che, secondo il Partito della Alternativa Monarchica, avrebbe progressivamente smarrito il principio del buon senso, lasciando spazio a procedure rigide, automatismi, ideologie e interessi di filiera. Sullivan parla di una regressione culturale e civile, nella quale le norme nate per proteggere rischiano, se mal applicate, di produrre soprusi. “Nei secoli passati l’Europa ha costruito un percorso di progresso sociale fondato sulla difesa della persona, sull’onore, sulla responsabilità e sulla giustizia”, afferma. “Oggi, invece, vediamo un arretramento. Lo Stato moderno, nato per garantire equilibrio, rischia di diventare una macchina fredda che travolge chi non ha voce”. La sua accusa è dura: “Nella Repubblica italiana, troppo spesso, l’orco non è fuori dalla porta. L’orco è lo Stato quando smette di proteggere e comincia a spaventare”.
Per Sullivan, la soluzione non può limitarsi a una riforma tecnica del sistema degli affidi. Serve, sostiene, un cambio profondo di paradigma culturale e istituzionale. La centralità della famiglia, la tutela della maternità, la protezione dei bambini e il sostegno ai soggetti fragili dovrebbero tornare al centro dell’azione pubblica. Il reggente del Partito della Alternativa Monarchica collega questa riflessione alla proposta politica del suo movimento: il recupero di una cultura cavalleresca europea, intesa non come nostalgia del passato o difesa di privilegi, ma come ritorno a un’idea alta di responsabilità, giustizia, protezione dei deboli e servizio verso la comunità. “La cultura cavalleresca europea è uno dei fondamenti della civiltà occidentale”, spiega Sullivan. “Essa richiama il dovere di difendere chi non può difendersi, di amministrare la giustizia con equilibrio, di porre l’onore e il bene comune sopra l’interesse di parte”.
In questa prospettiva, anche la Monarchia, se reintrodotta con principi nuovi e adeguati ai tempi, potrebbe rappresentare, secondo Sullivan, un meccanismo istituzionale capace di ricostruire un senso di unità, responsabilità e giustizia al di sopra delle logiche partitiche. “Non parliamo di privilegi”, precisa. “Parliamo di un’istituzione che, se ripensata in chiave moderna, può aiutare a ristabilire un equilibrio tra Stato e cittadini, sottraendo temi delicatissimi come la famiglia, i minori e la dignità delle persone alle oscillazioni ideologiche dei partiti”. Il caso della ragazza incinta diventa così, nella lettura di Sullivan, il simbolo di una frattura più ampia. Se una giovane madre percepisce come migliore possibilità quella di andare via, affrontando l’ignoto e difficoltà ancora maggiori, significa che l’Italia non viene più avvertita come una casa sicura.
“Quelle persone che le hanno consigliato di partire”, conclude Sullivan, “hanno espresso una sfiducia radicale, ma comprensibile. Hanno detto, in sostanza, che per proteggere una madre e un figlio è meglio cercare un Paese civile. È una condanna terribile per l’Italia. E finché non avremo il coraggio di guardarla in faccia, continueremo a raccontarci che il problema sono i singoli casi, mentre il problema è il sistema”. Per il Partito della Alternativa Monarchica, la battaglia è dunque culturale prima ancora che politica: restituire allo Stato il compito di proteggere, non di intimidire; aiutare le famiglie prima di spezzarle; difendere i minori senza trasformare la fragilità sociale in colpa. Perché una società che fa paura alle madri più giovani e più vulnerabili non è una società forte. È una società che ha smarrito il senso stesso della giustizia.






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