Possiamo considerare l’Agricoltura sociale come una nuova pratica che, attraverso iniziative promosse in ambito agricolo e alimentare da aziende agricole, ma anche cooperative sociali, intende favorire il reinserimento terapeutico di soggetti svantaggiati nella comunità e al contempo produrre beni nel settore agricolo.

In questo modo si configura come un vero e proprio strumento operativo attraverso il quale i governi regionali e locali – in maniera diretta o attraverso associazioni preposte – possono applicare le politiche del welfare in ambito territoriale. Ciò può avvenire coinvolgendo una pluralità di soggetti giuridici, enti, aziende agricole e anche semplici cittadini nella loro veste di volontari.

In modo semplificato possiamo considerare l’Agricoltura sociale come la somma di agricoltura e terzo settore. Una forma di agricoltura che si basa dunque sulla collaborazione tra il mondo dell’agricoltura e quello del terzo settore. Per questo, si diceva che devono essere coinvolti diversi livelli sia in ambito pubblico che privato.

Nello specifico, ed in modo concreto, l’agricoltura sociale si riferisce a quelle iniziative rivolte a coinvolgere soggetti socialmente ai margini o esclusi dal mercato del lavoro: portatori svantaggiati individuali e altre persone che richiedono politiche attive di integrazione sociale e lavorativa.

La forma di aggregazione più comune che permette l’applicazione di queste politiche è la cosiddetta “azienda agri-sociale“. Spesso viene definita anche come “fattoria sociale“. Questo tipo di associazionismo sociale può essere definito anche “multifunzionale“. Infatti realizza allo stesso tempo diversi percorsi terapeutici, riabilitativi e di reintegrazione dei soggetti interessati. L’attività degli operatori coinvolti in iniziative agricole socialmente utili (assistenti sociali, psicologi, educatori, operatori agricoli e zootecnici ecc.) può essere declinata in diverse modalità.

Sotto il profilo terapeutico e riabilitativo le attività più praticate sono le terapie assistite con gli animali (pet-therapy, ippoterapia, onoterapia) e quelle ortoculturali. Naturalmente bisogna evidenziare che si tratta di un potenziale ancora in gran parte da esprimere. Vista l’importanza che tale fenomeno sta assumendo e gli enormi benefici sociali ed economici che ne derivano, sarebbe opportuno che le istituzioni cogliessero appieno l’effettivo potenziale dell’agricoltura sociale e lo valorizzassero adeguatamente.

Con la Legge 18 agosto 2015, n. 141, “Disposizioni in materia di agricoltura sociale”, questa forma di agricoltura ha ottenuto finalmente il suo riconoscimento giuridico in Italia. Gli aspetti innovativi della normativa si occupano di introdurre la definizione di agricoltura sociale come ambito di attività, che riguarda:

  1. L’inserimento socio-lavorativo di lavoratori con disabilità e lavoratori svantaggiati, persone svantaggiate e minori in età lavorativa inseriti in progetti di riabilitazione sociale.
  2. Prestazioni e attività sociali e di servizio per le comunità locali attraverso l’uso di risorse materiali e immateriali dell’agricoltura.
  3. Prestazioni e servizi terapeutici. Anche attraverso l’ausilio di animali e la coltivazione delle piante.
  4. Iniziative di educazione ambientale e alimentare. Salvaguardia della biodiversità animale, anche attraverso l’organizzazione di fattorie sociali e didattiche.

La legge codifica per gli enti pubblici territoriali regole che prevedono criteri di priorità per favorire lo sviluppo delle attività di agricoltura sociale nell’ambito delle procedure di alienazione e locazione dei terreni pubblici agricoli.

 

Gli impliciti servizi sociali delle imprese agricole

Ricordiamo che il concetto di “disabile” come persona che rappresentava un problema per la collettività in quanto esclusa socialmente, si sviluppa nel passaggio da una società agricola e rurale ad una industriale e urbana, contesti ambientali tendenti più di quelli rurali a generare esclusione.

Per esemplificare situazioni che vedono aziende agricole erogare implicitamente un servizio sociale nei confronti di soggetti deboli si può fare riferimento alle tante realtà, peraltro mai quantificate, di famiglie conduttrici di imprese agricole che presentano tra i propri componenti un soggetto con uno “svantaggio”: persona con disabilità fisica o psichica, soggetto con ritardo cognitivo o con difficoltà di integrazione sociale e altro. Si tratta di situazioni che evidentemente hanno segnato da sempre le famiglie agricole, nelle quali l’inclusione del soggetto svantaggiato raramente richiedeva il sostegno da parte della collettività. Il disporre di un fondo agricolo, infatti, consentiva di trovare una mansione utile, anche piccola, secondaria o temporanea, a tutti i componenti della famiglia allargata, pienamente o parzialmente abili. Situazioni di questo genere si configurano come l’erogazione da parte dell’azienda di un servizio implicito di inserimento lavorativo che al momento sfugge a qualunque contabilità, in quanto si tratta di un servizio consumato all’interno della stessa realtà familiare che lo produce.

 

Attività agricole, inclusione e sviluppo locale

La scelta dell’agricoltura come ambito di supporto a percorsi terapeutico-riabilitativi o per l’inserimento lavorativo e l’inclusione sociale non è mai casuale. Le attività agricole presentano infatti alcune peculiarità su cui merita soffermarsi brevemente. Una prima caratteristica che rende l’azienda agricola, e quindi la fattoria sociale, un contesto potenzialmente inclusivo di soggetti fragili riguarda l’organizzazione dell’unità di produzione. L’azienda agricola si caratterizza per una duttilità ed una versatilità che difficilmente si riscontrano in unità produttive di settori extra-agricoli. Gli ordinamenti produttivi possono essere scelti tra un ventaglio molto ampio di possibilità che include attività in pieno campo e al coperto, di coltivazione e di allevamento, a ciclo breve o a ciclo lungo ecc..

Le stesse modalità con cui può essere svolto un processo produttivo sono molteplici e se l’obiettivo che guida le scelte dell’imprenditore non è tanto quello della massimizzazione di un parametro economico, ma tiene conto anche di risultati di carattere sociale, quale la partecipazione attiva ai lavori di soggetti con svantaggio, tecniche di produzione che in una logica puramente economica risulterebbero inefficienti in una prospettiva di efficienza sociale possono essere proficuamente condotte.

Diversi altri aspetti rendono l’attività agricola assolutamente unica in percorsi di inclusione di soggetti deboli: il senso di responsabilità che matura quando ci si prende cura di organismi viventi, i ritmi di produzione non incalzanti, la non aggressività delle piante e di molti animali da allevamento, la varietà dei lavori, quasi mai ripetitivi, la consapevolezza che tutti, anche coloro che svolgono mansioni minori o marginali, sono partecipi del risultato finale, un bene alimentare, la cui utilità è agevolmente riconoscibile.

Un ulteriore aspetto che va oltre la dimensione terapeutico-riabilitativa è quello che caratterizza il rapporto tra operatore e prodotto finale. I prodotti che si ottengono dalle attività agricole non portano i segni di eventuali difficoltà di persone che hanno contribuito al processo produttivo. A parità di altre condizioni, dalle olive raccolte da un soggetto ad esempio con ridotte capacità mentali, si ricaverà un olio del tutto comparabile con quelle raccolte dal più esperto degli olivicoltori. Lo stesso può dirsi dell’annaffiatura di un orto o dell’alimentazione di galline da uova, e via discorrendo. Questa proprietà, indubbiamente più presente in agricoltura rispetto ad altri settori produttivi, risulta di estremo interesse per le potenzialità di commercializzazione che i prodotti dell’agricoltura sociale presentano.

In ultima analisi, la possibilità propria di un contesto produttivo agricolo di ottenere prodotti di alta qualità agro-alimentare, apre spazi significativi proprio per l’impresa sociale in agricoltura. Per lungo tempo gli economisti hanno sottovalutato, quando non ignorato, l’impresa non profit: quasi un ossimoro per le teorie economiche dominanti. Solo i dati statistici sul prorompente sviluppo che il settore ha fatto registrare negli ultimi venti anni hanno determinato un cambiamento di atteggiamento, naturalmente in positivo.

Non sfugge la necessità di indagare a fondo sul ruolo che l’impresa non profit in agricoltura può rivestire nell’ambito dello sviluppo locale di aree rurali. Le imprese di utilità sociale, infatti, sono in primo luogo delle imprese ‘locali’, che utilizzano in gran parte fattori di produzione locali ed erogano i loro servizi alla comunità nella quale sono inserite. Attivare sul territorio reti di relazioni, creare mercati di beni relazionali, offrendo risposte a domande sociali latenti o alle quali i sistemi di welfare non sono più in grado di rispondere, generano capitale sociale, ingrediente fondamentale in qualunque ricetta di sviluppo locale.

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