L’inchiesta sul Comune, nata dagli sviluppi del caso Santamaria e oggi estesa a 17 indagati per diverse ipotesi di reato, apre anche un fronte politico sulla tenuta della fiducia pubblica; Mastella, che non risulta indagato e ha dichiarato di non aver mai chiesto né ricevuto somme per “Noi di Centro”, viene posto davanti a una tesi radicale: dimettersi non come ammissione di colpa, ma per sottoporre nuovamente il proprio consenso al giudizio degli elettori e separare definitivamente responsabilità penale e responsabilità politica.
Ogni democrazia matura attraversa, prima o poi, un momento in cui la responsabilità politica smette di coincidere con quella penale, e la fiducia collettiva diventa l’unico vero banco di prova della tenuta di un’istituzione. È dentro questo scarto che va letta la vicenda che ha investito il Comune di Benevento, con l’arresto di Gennaro Santamaria e l’espandersi dell’inchiesta verso dirigenti, tecnici, imprenditori e amministratori. Non è soltanto un caso giudiziario. È una crisi della percezione pubblica, ed è proprio qui, in questa crisi, che la posizione del sindaco Clemente Mastella va ripensata da capo, non con gli strumenti della difesa, ma con quelli, ben più esigenti, della dimostrazione.
La tesi è semplice da enunciare e radicale nelle sue conseguenze. Mastella dovrebbe dimettersi non perché colpevole, ma esattamente per il contrario, perché soltanto le dimissioni possono dimostrare la sua innocenza. Restare in carica, per quanto legittimo sul piano formale, lascia aperta una domanda che nessuna assoluzione giudiziaria futura potrà mai chiudere del tutto, ossia se quel consenso derivi da reti opache o dalla volontà reale dei cittadini. Dimettersi per ricandidarsi quale leader del suo schieramento, ottenendo un mandato rigenerato dal voto e non più difeso dalla poltrona, è l’unico modo per rispondere a quella domanda con i fatti, non con le parole. Ogni riferimento teorico che segue va letto in funzione di questa unica tesi, come sua prova, non come sua cornice decorativa.
Hannah Arendt sostiene che il potere non è mai un possesso individuale, ma una relazione fondata sulla fiducia altrui. Se questo è vero, allora restare aggrappati alla carica quando la fiducia si è incrinata equivale a scambiare il potere per un possesso, proprio ciò che un innocente non ha bisogno di fare. Solo chi non teme di perdere il ruolo può permettersi di restituirlo al giudizio popolare, ed è precisamente questo gesto a certificare, più di ogni verdetto, che il potere non gli apparteneva come rendita ma come mandato. Jürgen Habermas parla di trasparenza procedurale come condizione della democrazia autentica, e se il processo appare contaminato dal sospetto, anche il risultato che ne discende resta sospetto, indipendentemente dai fatti accertati. Le dimissioni non sono allora un’ammissione, ma l’unico modo per far ripartire la procedura da zero, in condizioni realmente trasparenti, così che il nuovo consenso, se arriverà, sia inattaccabile. Norberto Bobbio definisce la democrazia come il regime della pubblicità degli atti, e un innocente, per definizione, non ha nulla da nascondere dietro l’esercizio del potere, dunque può permettersi di esporsi integralmente al giudizio pubblico attraverso un nuovo voto, cosa che un colpevole reale eviterebbe con ogni mezzo.
La psicologia sociale rafforza lo stesso punto. Albert Bandura mostra che la credibilità dipende dalla percezione di integrità più che dall’accertamento giuridico, e chi è davvero innocente ha tutto l’interesse a giocare la partita sul terreno della percezione, cioè delle dimissioni seguite dal voto, piuttosto che restare intrappolato in una difesa che, per quanto fondata, non convince mai del tutto. Erving Goffman osserva che quando la scena pubblica si contamina il pubblico confonde attore e copione, e l’unico modo per un innocente di dissolvere questa confusione è uscire di scena e rientrarvi tramite un nuovo mandato, dimostrando con l’atto stesso, non con l’argomentazione, la propria estraneità alle reti sospettate. Daniel Kahneman spiega che in condizioni di crisi la mente umana sovrastima la colpa anche senza prove, per effetto del bias di conferma, e proprio per questo un innocente ha bisogno di un gesto capace di rompere quel bias dall’esterno, un gesto che nessun colpevole sarebbe disposto a compiere, perché rischierebbe di perdere tutto senza alcuna garanzia di riconquistarlo.
Sul piano della pedagogia civica, Paulo Freire ricorda che l’autorità autentica si autolimita per educare, e un sindaco innocente che si dimette insegna alla città qualcosa che nessuna arringa difensiva potrebbe insegnare, ossia che il potere, quando è pulito, non teme di essere restituito al giudizio di chi lo ha conferito. John Dewey descrive la democrazia come apprendimento collettivo continuo, e di fronte a una crisi morale l’esempio vale più della giustificazione, tanto più se quell’esempio consiste nel sottoporsi volontariamente a un nuovo giudizio elettorale pur non essendovi costretti da alcuna condanna. Lawrence Kohlberg distingue tra moralità convenzionale, che si limita a rispettare la norma formale del restare in carica finché non si è condannati, e moralità post-convenzionale, che risponde a un principio più alto, quello della responsabilità verso la comunità, principio che un innocente può permettersi di seguire proprio perché non ha nulla da temere dal nuovo giudizio dei cittadini.
Niklas Luhmann definisce la fiducia il lubrificante delle istituzioni, e quando il sistema si blocca per sospetto diffuso, solo un gesto di autentica autolimitazione può riavviarlo, un gesto che un colpevole non farebbe mai volontariamente, perché equivarrebbe a un salto nel vuoto senza rete. Michel Foucault aggiunge che il potere è credibile solo quando accetta di essere messo in discussione, e le dimissioni seguite dalla ricandidatura sono l’atto di esposizione più radicale possibile, quello che un colpevole eviterebbe con ogni astuzia, mentre un innocente può affrontarlo a viso aperto, sapendo di avere dalla propria parte i cittadini prima ancora dei tribunali. Infine René Girard mostra come ogni crisi collettiva cerchi un capro espiatorio, e un sindaco che resta in carica in un simile clima rischia di diventare bersaglio simbolico indipendentemente dai fatti accertati a suo carico. Dimettersi sottrae Mastella a questa dinamica sacrificale e permette ai cittadini di giudicare la persona, non il simbolo, restituendo così razionalità a un giudizio che altrimenti resterebbe prigioniero della suggestione collettiva.
Naturalmente ogni autore citato, letto in questa chiave, non descrive un principio astratto ma dimostra la stessa cosa da angolazioni diverse, ossia che l’innocenza reale si prova con un gesto che solo un innocente può permettersi di compiere. Dimettersi non è dunque un’ammissione di colpa, ma il contrario esatto, la prova più concreta che la propria forza politica non dipende da reti illecite ma dalla fiducia autentica dei cittadini. Ricandidarsi dopo le dimissioni, ottenendo un mandato limpido e rigenerato dal voto, è l’unico modo per trasformare un sospetto in un’assoluzione che nessun tribunale potrebbe mai firmare con altrettanta autorità.








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