
di Antonio Lonardo*
Dalla stagione delle grandi campagne radicali per divorzio e aborto all’impegno internazionale per la Corte Penale Internazionale, dalla difesa dei diritti umani all’europeismo, la storia politica di Emma Bonino attraversa oltre mezzo secolo di vita italiana ed europea. Un percorso fondato sull’idea che la libertà della persona, la dignità umana e la giustizia non siano principi astratti, ma conquiste da difendere ogni giorno nelle istituzioni, nella società e anche attraverso la disobbedienza civile.
Raccontare Emma Bonino significa attraversare una parte decisiva della storia civile, politica e culturale dell’Italia repubblicana. La sua figura si colloca nel solco del radicalismo italiano, ma supera i confini di una singola appartenenza partitica: Bonino è stata, e continua a essere, una delle personalità che più hanno legato il proprio nome alla difesa dei diritti individuali, alla tutela delle libertà fondamentali, all’europeismo e alla costruzione di strumenti internazionali di giustizia. La sua vicenda pubblica può essere letta come una lunga battaglia per rendere concreti alcuni principi costituzionali: la dignità della persona, l’uguaglianza davanti alla legge, la libertà di scelta, il diritto alla salute, la responsabilità delle istituzioni, la protezione dei più vulnerabili. Da questo punto di vista, il suo percorso offre anche una riflessione sul rapporto tra diritto e politica: le norme non sono soltanto dispositivi tecnici, ma strumenti attraverso i quali una società decide quale idea di persona, di libertà e di giustizia intende riconoscere.
Fin dagli anni Settanta, Emma Bonino si afferma accanto a Marco Pannella nel Partito Radicale, condividendone il metodo politico fondato su nonviolenza, referendum, mobilitazione civile, campagne di opinione e disobbedienza consapevole. È una stagione nella quale l’Italia cambia profondamente: il Paese attraversa conflitti sociali, trasformazioni culturali, nuove domande di autodeterminazione e una crescente richiesta di riconoscimento dei diritti nella sfera privata e familiare. In quel contesto, le battaglie radicali per il divorzio e per l’aborto non furono semplicemente campagne legislative. Furono passaggi di modernizzazione civile, momenti nei quali lo Stato venne chiamato a riconoscere che la libertà della persona non poteva essere subordinata a un modello unico di famiglia, morale o vita privata. Bonino fu tra le protagoniste di quelle mobilitazioni, pagando anche personalmente il prezzo della disobbedienza civile, fino all’arresto nell’ambito delle iniziative per la legalizzazione dell’interruzione volontaria di gravidanza.
La legge 194 del 1978, che disciplina la tutela sociale della maternità e l’interruzione volontaria di gravidanza, resta uno dei simboli di quella stagione. Per Bonino, il tema dell’aborto non è mai stato riducibile a uno slogan ideologico, ma ha riguardato la salute delle donne, la responsabilità della scelta, il superamento della clandestinità e il riconoscimento di una libertà femminile troppo a lungo negata o affidata all’arbitrio sociale. La sua posizione ha sempre tenuto insieme diritto, laicità dello Stato e autodeterminazione. Questa impostazione attraversa tutta la sua storia politica. Emma Bonino ha interpretato il liberalismo non come indifferenza individualistica, ma come difesa rigorosa dello spazio di libertà della persona contro ogni forma di imposizione: dello Stato, delle maggioranze morali, delle burocrazie, dei poteri non controllati. In questa prospettiva, il diritto diventa garanzia, limite al potere e protezione della persona concreta.
Il suo impegno si è poi esteso con forza alla dimensione internazionale. Negli anni Novanta Bonino è stata tra le protagoniste della battaglia per la nascita della Corte Penale Internazionale, uno degli strumenti più importanti del diritto internazionale contemporaneo. Attraverso l’azione politica e il lavoro con l’organizzazione “Non c’è Pace Senza Giustizia”, contribuì a sostenere l’idea di un tribunale permanente capace di perseguire genocidi, crimini di guerra e crimini contro l’umanità. Lo Statuto di Roma del 1998 rappresenta uno dei punti più alti di quella stagione. L’idea di fondo era semplice e rivoluzionaria: alcuni crimini offendono l’intera umanità e non possono restare impuniti per ragioni di sovranità nazionale, convenienza diplomatica o rapporti di forza. La giustizia internazionale, nella visione sostenuta da Bonino, non è vendetta, ma responsabilità; non è imposizione astratta, ma tentativo di sottrarre le vittime all’oblio e gli autori dei crimini all’impunità.
La dimensione globale del suo impegno emerge anche nelle campagne contro le mutilazioni genitali femminili, contro la fame nel mondo e per la moratoria universale della pena di morte. Sono battaglie diverse, ma unite da un filo comune: la convinzione che i diritti umani non possano fermarsi ai confini nazionali e che la politica abbia il dovere di intervenire quando la dignità della persona viene calpestata. La libertà, per Bonino, non è mai stata una questione soltanto occidentale o nazionale: è un linguaggio universale, anche quando incontra resistenze culturali, religiose, economiche o geopolitiche. Il suo europeismo nasce dalla stessa matrice. Da commissaria europea per l’Aiuto umanitario, tra il 1995 e il 1999, Bonino ha portato nelle istituzioni comunitarie una visione dell’Europa come soggetto politico chiamato non soltanto a gestire mercati e regole, ma a promuovere diritti, cooperazione, responsabilità internazionale e solidarietà concreta. L’Europa, nella sua prospettiva, non è un apparato burocratico da evocare nei discorsi ufficiali, ma uno spazio di cittadinanza, libertà e garanzie.
Successivamente, da ministra del Commercio internazionale e poi da ministra degli Affari Esteri, ha continuato a collocare l’Italia dentro una prospettiva europeista, multilaterale e liberale. La fondazione e il sostegno al progetto politico di +Europa si inseriscono in questa traiettoria: la difesa dell’integrazione europea come risposta alle chiusure nazionalistiche, alle paure identitarie e alla tentazione di affrontare problemi globali con strumenti esclusivamente nazionali. Accanto ai grandi temi internazionali, Bonino ha continuato a occuparsi delle libertà personali più controverse e divisive: fine vita, eutanasia legale, testamento biologico, cannabis terapeutica, diritti dei detenuti, libertà di ricerca scientifica. In tutti questi ambiti, la sua posizione parte da un principio coerente: lo Stato democratico non deve sostituirsi alla coscienza individuale, ma deve garantire regole chiare, tutele effettive e condizioni di libertà responsabile.
Il fine vita, in particolare, rappresenta una delle frontiere più delicate del rapporto tra diritto, etica e libertà. Per Bonino, il tema non riguarda la svalutazione della vita, ma il riconoscimento della dignità della persona anche nel momento della sofferenza estrema. Il testamento biologico, la possibilità di scegliere sulle cure, il diritto a non subire trattamenti contrari alla propria volontà sono questioni che chiamano in causa il nucleo più profondo dell’autodeterminazione. La sua storia pubblica è stata spesso divisiva, come accade a chi attraversa temi che toccano convinzioni morali profonde. Ma proprio questa capacità di stare nei conflitti senza edulcorarli costituisce uno degli elementi più significativi del suo percorso. Emma Bonino non ha cercato il consenso facile della neutralità. Ha scelto campagne difficili, spesso minoritarie all’inizio, destinate però a incidere nel tempo sul linguaggio pubblico, sulle istituzioni e sulla legislazione.
La sua coerenza politica non va intesa come immobilità. Bonino ha attraversato stagioni diverse, ruoli istituzionali differenti e contesti mutati, ma ha mantenuto costante un nucleo di fondo: la centralità della persona contro ogni forma di potere arbitrario. Che si tratti di una donna costretta alla clandestinità per abortire, di una vittima di crimini internazionali, di un malato che chiede dignità nel fine vita, di una comunità colpita dalla fame o di un cittadino europeo chiamato a difendere le proprie libertà, il punto resta lo stesso: i diritti non sono concessioni benevole, ma garanzie da conquistare e difendere. In questo senso, la figura di Emma Bonino parla anche al mondo del diritto. La professione forense, quando è fedele alla propria funzione più alta, non si limita all’applicazione tecnica delle norme, ma presidia lo spazio in cui la legge incontra la vita delle persone. Difendere i diritti significa dare concretezza alla Costituzione, impedire che le libertà restino proclamazioni astratte e vigilare perché le istituzioni siano davvero garanzia di giustizia e non strumento di esclusione.
La storia di Bonino dimostra che la democrazia vive di procedure, ma anche di conflitti civili capaci di ampliarne il perimetro. Molti diritti che oggi appaiono acquisiti sono stati, in origine, battaglie scomode. Sono nati da minoranze ostinate, da campagne impopolari, da persone disposte a pagare un prezzo pubblico per aprire una discussione. È questa la lezione più attuale del radicalismo: non confondere la legalità con l’immobilismo, né la moderazione con la rinuncia al cambiamento. Emma Bonino resta così una figura centrale per comprendere il rapporto tra libertà individuale, responsabilità pubblica e giustizia sociale. La sua biografia politica non è soltanto il racconto di una leader, ma la storia di un metodo: trasformare il dissenso in proposta, la protesta in diritto, la disobbedienza in riforma, la memoria delle ingiustizie in istituzioni più forti. In un tempo in cui i diritti civili vengono spesso ridotti a terreno di scontro ideologico, la sua vicenda ricorda che la libertà richiede competenza, coraggio e continuità. Non basta invocare i diritti: occorre costruire le condizioni giuridiche, culturali e politiche perché possano essere esercitati davvero. È in questa tensione tra principio e realtà, tra Costituzione e vita concreta, tra giustizia nazionale e responsabilità globale, che si colloca il significato più profondo della sua lunga esperienza pubblica.
*Avvocato del Foro di Benevento








Commenti recenti