Il documento del governo rappresenta una svolta o una retromarcia?

L’Italia è da sempre un Paese segnato da profonde disuguaglianze territoriali. La dicotomia Nord-Sud è solo la punta dell’iceberg di un fenomeno ben più ramificato: l’esistenza di interi territori, montani, collinari, rurali, periferici, che vivono una condizione di progressivo marginalismo economico, sociale e infrastrutturale. Il  termine “aree interne”, entra ufficialmente nel lessico della programmazione pubblica con la Strategia Nazionale per le Aree Interne (SNAI) avviata nel 2013 su impulso dell’allora Ministro Fabrizio Barca. Secondo la Strategia Nazionale per le Aree Interne (SNAI), questi territori rappresentano circa il 60% della superficie nazionale e ospitano poco più di 13 milioni di abitanti, cioè abitata da appena il 22% della popolazione. Una quota minoritaria della popolazione, ma distribuita in una porzione maggioritaria del territorio. L’Italia, insomma, è un Paese fragile che non fa rumore, dove lo spopolamento non si misura in proteste di piazza ma in luci spente nei borghi.

Secondo ISTAT, al 2024, i comuni classificabili come aree interne (basandosi sulla definizione SNAI: periferici, ultraperiferici, intermedi) sono circa 4.200 su oltre 7.900. In molte aree interne l’età media supera i 47 anni, con picchi oltre i 50 in alcuni comuni montani. Tra il 2001 e il 2021, i comuni delle aree interne hanno perso in media più del 6% della popolazione, con punte del 15% o più in alcuni territori dell’Appennino centrale e delle zone interne del Mezzogiorno. La densità abitativa in molti comuni è inferiore ai 50 ab./km², rendendo economicamente difficile mantenere i servizi pubblici essenziali.

Dal 2014 ad oggi sono stati avviati 72 progetti-pilota di SNAI in tutta Italia, che coinvolgono circa 1.000 comuni. Sono stati attivati più di 830 milioni di euro tra fondi nazionali, regionali ed europei per interventi su mobilità, salute, scuola, cultura e sviluppo locale. Il tasso di attuazione risulta essere molto variabile, alcune aree sono in fase avanzata, altre sono rimaste bloccate dalla farraginosità procedurale e dalla carenza di personale tecnico nei piccoli comuni. La strategia ha contribuito, in alcuni casi, alla stabilizzazione della popolazione, al ritorno di giovani e alla nascita di imprese locali, ma senza continuità di risorse il rischio di abbandono è altissimo.

L’ASviS (Alleanza Italiana per lo Sviluppo Sostenibile) segnala nei suoi rapporti annuali che gli squilibri territoriali rappresentano uno degli ostacoli principali al raggiungimento degli SDGs (Obiettivi di sviluppo sostenibile dell’ONU) in Italia. In particolare, l’Obiettivo 11, “Città e comunità sostenibili”, è compromesso proprio dalla mancanza di investimenti continui nei piccoli centri, dove si registra un peggioramento degli indicatori di qualità della vita, mobilità e accesso alla salute. L’ASviS propone un rafforzamento della SNAI e una sua estensione ai temi della transizione ecologica e digitale, come strumenti di resilienza territoriale.

La SVIMEZ (Associazione per lo sviluppo dell’industria nel Mezzogiorno) sottolinea che più del 50% dei comuni delle aree interne si trova nel Sud Italia, dove il tasso di spopolamento e deindustrializzazione è ancora più marcato. Secondo l’ultimo rapporto, tra il 2002 e il 2024 si è registrata una fuga di oltre 1 milione di residenti dai territori interni, con un danno cumulativo enorme in termini di capitale umano. La SVIMEZ denuncia che l’interruzione delle politiche per le aree interne equivarrebbe a una rinuncia programmatica al riequilibrio territoriale del Paese, con effetti destabilizzanti non solo per le aree colpite, ma per l’intero sistema economico nazionale.

Negli ultimi anni, le “aree interne” sono diventate una categoria centrale nel dibattito sulle disuguaglianze territoriali italiane. Parliamo di territori lontani dai grandi poli urbani, in cui l’accesso ai servizi essenziali, sanità, scuola, trasporti, è spesso compromesso, e dove l’emigrazione giovanile, il calo demografico e la desertificazione produttiva sono dinamiche ormai strutturali.

 

Ma al tempo stesso, queste aree custodiscono patrimoni naturalistici, culturali e identitari unici, si va dalla dorsale appenninica ai paesi interni della Sicilia e della Sardegna, dai borghi abbandonati dell’Irpinia e del Sannio ai paesaggi agrari della Basilicata, delle Marche e del Friuli montano. Un’Italia “fragile”, come l’ha definita Antonio De Rossi, ma non per questo residuale. Anzi, sono proprio queste fragilità a rappresentare, paradossalmente, una risorsa. Lo spopolamento ha salvaguardato biodiversità, paesaggi, saperi e filiere agroalimentari sostenibili, che oggi possono costituire il perno di nuove traiettorie di sviluppo.

L’importanza strategica di queste aree non è solo sociale o culturale, esse custodiscono risorse ambientali, patrimoni storico-artistici e potenzialità economiche come il turismo lento, l’agricoltura di qualità, l’energia rinnovabile, che possono diventare leve per un nuovo modello di sviluppo sostenibile. Ma tutto ciò richiede visione, coerenza e investimenti di lungo periodo. E proprio qui si apre la frattura che ha riacceso il dibattito negli ultimi mesi, e il documento del governo che sembrerebbe segnare un punto di svolta, o meglio, di rottura con quanto fatto finora.

La SNAI ha cercato, per la prima volta, di intervenire non con politiche settoriali, ma attraverso una logica integrata, con progetti di sviluppo locale costruiti dal basso, partendo dai sindaci e dai territori, che prevedessero investimenti mirati nei servizi di cittadinanza, scuole, ospedali, trasporti, nella valorizzazione del patrimonio e nella creazione di nuova occupazione giovanile. I risultati, sebbene discontinui e ostacolati da mille rigidità amministrative, hanno prodotto casi virtuosi, come comuni che hanno invertito la curva dello spopolamento, rilanciato il turismo sostenibile, attratto smart workers, e promosso start-up agricole e culturali.

Eppure oggi, a distanza di poco più di dieci anni, questo percorso rischia di interrompersi bruscamente. Il nuovo documento del governo sancisce un silenzio programmatico e nel contempo una scelta deliberata.

Nel 2024 è iniziata a circolare, tra le amministrazioni regionali e gli osservatori di politica territoriale, una bozza del nuovo documento di programmazione nazionale per l’utilizzo dei fondi europei 2021–2027, destinati alla coesione economica e sociale. Una bozza che ha immediatamente generato polemiche e allarmi: per la prima volta, il riferimento esplicito alla Strategia Nazionale per le Aree Interne scompare, lasciando presagire un disimpegno istituzionale nei confronti di questa fetta del territorio italiano.

Il governo, interpellato sul punto, ha parlato di “ridefinizione degli obiettivi strategici” e di “razionalizzazione della spesa”. Ma a ben vedere, dietro la neutralità apparente del linguaggio tecnico si cela una svolta profonda. Non solo si rischia di azzerare i fondi già previsti per la prosecuzione della SNAI, ma soprattutto si introduce una nuova logica, di stampo implicitamente selettivo. Come se le aree interne fossero un insieme indifferenziato di luoghi “persi”, non meritevoli di politiche pubbliche dedicate, o peggio ancora destinati a una “morte naturale” per decrescita e rarefazione.

Si affaccia così un concetto pericoloso e politicamente dirompente, l’idea che non tutte le aree possano, o debbano, essere salvate. Una forma di darwinismo istituzionale in cui sopravvivono soltanto i territori “competitivi”, mentre gli altri vengono abbandonati con la giustificazione dell’inefficienza o dell’inevitabilità. Ma chi decide cosa è “salvabile”? E con quali criteri? Questa logica stravolge il principio stesso della coesione territoriale, sancito nei Trattati europei e ribadito dalla nostra Costituzione all’art. 119, che prevede interventi perequativi per ridurre le disuguaglianze tra territori.

Ma cosa significa davvero questa scelta per la tenuta del tessuto democratico e sociale del Paese? Quali sono le implicazioni di una politica che smette di investire proprio dove i bisogni sono più acuti?

In più, questa scelta arriva in un momento storico paradossale: mentre in tutta Europa si investe in rigenerazione delle aree rurali e periferiche, tramite piani di transizione ecologica, digitale e infrastrutturale, l’Italia sembra tornare indietro. La Spagna ha varato un’agenda rurale nazionale, la Francia ha rilanciato le zone “zéro artificialisation nette” e i “villages revitalisés”, la Germania continua a finanziare i Länder più deboli con risorse federali e piani demografici. In Italia, invece, il rischio è di trattare le aree interne come zavorra, e non come patrimonio strategico per la sostenibilità ambientale, la sicurezza idrogeologica e l’equilibrio territoriale.

Il futuro delle aree interne non è scritto nella roccia. Dipende da scelte politiche precise, da investimenti mirati e da una visione di lungo termine. La retorica della “razionalizzazione” e della “inevitabilità” nasconde spesso scelte ideologiche e miopi, che rischiano di compromettere la coesione territoriale del Paese.

Scommettere sulle aree interne non è un atto di nostalgia, ma un investimento strategico per il futuro dell’Italia. Dove c’è abbandono oggi, può esserci rigenerazione domani. Dove c’è silenzio, può esserci partecipazione. Dove c’è fragilità, può nascere innovazione. Ma serve la volontà di crederci davvero. E di non lasciare indietro nessuno.

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