“Sotto le luci ancora accese dell’Olimpico, l’Italia resta sospesa tra il rimpianto del presente e il presagio di ciò che dovrà diventare, mentre il Belgio si allontana con la leggerezza di chi ha appena scritto una verità che gli azzurri non hanno saputo cancellare”.
La notte romana aveva quell’odore di settembre che non è ancora autunno ma non è più estate, un’aria sospesa che sembrava chiedere alla Nazionale di Calcio italiana di restituire un po’ di fiducia a un Paese che da troppo tempo guarda il calcio come si guarda un vecchio amico che non si riconosce più. Lo Stadio Olimpico era pieno, non traboccante, ma pieno di un’attesa che si percepiva nei respiri trattenuti, nei cori che salivano e si spegnevano come onde. L’Italia di Mancini, tornato come si torna nei luoghi dove si è lasciato qualcosa in sospeso, entrava in campo con quella compostezza che non è sicurezza ma desiderio di sembrarlo.
Il Belgio, invece, aveva la leggerezza di chi non deve dimostrare nulla, di chi sa che il proprio compito è semplice, quello di colpire quando l’avversario si distrae. E infatti il primo errore non fu un errore tecnico, ma un attimo di distrazione, un passaggio sbagliato che non avrebbe dovuto essere sbagliato, un pallone che rotolò nella zona dove Mika Godts aspettava come chi ha già visto la scena mille volte. Il tiro fu rapido, preciso, quasi educato nella sua crudeltà, e Donnarumma si distese con quel gesto che è sempre un po’ eroico e un po’ inutile quando la palla ha già deciso il suo destino. Il Belgio avanti, l’Italia che ricomincia a rincorrere.
Da quel momento la partita prese la forma di una narrazione già conosciuta, dove c’è l’Italia che costruisce, che prova, che si avvicina, che sfiora, che non trova mai il modo di trasformare la volontà in gol; il Belgio che aspetta, osserva, e quando vede un varco lo attraversa senza esitazioni. Il pubblico, che all’inizio aveva cantato l’inno come si canta una promessa, cominciò a oscillare tra incoraggiamento e inquietudine, perché ogni azione azzurra sembrava bella ma incompleta, come una frase che non arriva al punto.
Il secondo gol arrivò nel momento esatto in cui la speranza stava cercando di rialzarsi. Lukebakio scattò con quella velocità che non è solo fisica ma mentale, anticipò tutti, infilò la difesa come un coltello nell’acqua, e quando il pallone entrò in rete ci fu un silenzio breve, un silenzio che non era sorpresa ma conferma. L’Italia si ritrovò a guardare il tabellone come si guarda un oracolo che non dice nulla di nuovo.
Eppure, nonostante il risultato, la partita non fu mai abbandonata. Gli azzurri continuarono a spingere, a cercare linee di passaggio, a tentare conclusioni che sembravano sempre un centimetro più lontane del necessario. Mancini, in panchina, aveva lo sguardo di chi sa che il problema non è la sconfitta ma il tempo che servirà per trasformarla in qualcosa di utile, se mai potrà essere possibile. Il pubblico, alla fine, applaudì con quella forma di dignità che gli italiani riservano alle serate storte; cerrto, non un premio, non una consolazione, ma un gesto che dice “si ricomincia”.
Quando l’arbitro fischiò la fine, il Belgio esultò con la misura di chi ha fatto il proprio dovere, mentre l’Italia si raccolse in un cerchio che non era un rito ma un modo per non disperdersi. La notte romana tornò a essere solo notte, e la sconfitta prese la forma di un capitolo iniziale, non di una condanna. Perché a volte le partite che si perdono sono quelle che, un giorno, si capisce che servivano.








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