La Campania che si avvicina al voto non è un ring dove i pronostici vanno a segno per simpatia. È un teatro di provincia e di città dove i retroscena pesano più dei sondaggi estivi e dove le operazioni di palazzo, quando sono mal congegnate, esplodono come fuochi d’artificio in una notte di pioggia.
L’intervista di Roncone a Clemente Mastella sul Corriere ha provato a dare un senso a qualche dato che circola, ma la narrazione che vuole la destra in ripresa è più una consolazione per chi non ha argomenti che un’analisi solida dei fatti. Dire che la destra è in ascesa è una forzatura. La realtà è che la partita è già stata decisa nella geografia e nella storia elettorale della regione, e che quella scelta tardiva e impastata di compromessi del centrodestra ha trasformato una potenziale partita in un ex voto simbolico.
Il primo punto da fissare è banale ma decisivo. Napoli pesa, Napoli decide. Le urne campane sono dominate dalla provincia di Napoli che esprime oltre la metà degli elettori regionali. Qualsiasi calcolo strategico che non ponga al centro la metropoli partenopea è destinato al fallimento. Fico è napoletano, e non è un dettaglio. In una regione dove l’appartenenza locale e il legame identitario hanno ancora valore politico, presentare un candidato di Salerno contro un candidato di Napoli significa partire già in salita. Il ragionamento di Mastella sul trasferimento automatico di voti tra province ignora questo fondamentale. Un napoletano non vota per un salernitano per simpatia, almeno non se il salernitano porta con sé il marchio delle trattative di palazzo e dei compromessi.
Spostiamoci sui protagonisti. Cirielli è stato presentato come la soluzione di compromesso, il sacrificato d’ufficio per tenere insieme correnti e interessi locali. L’idea che la sua candidatura possa rappresentare una ripresa strutturale della destra campana è una favola di comodo. Cirielli non è maggiormente radicato nell’immaginario popolare. A Salerno può contare su una base, ma in molte province campane il suo profilo rimane quello di un parvenu politico, favorito più dalla compagine che dal carisma personale. Fratelli d’Italia gode di appeal nazionale, ma in Campania i suoi esponenti non hanno avuto il tempo o la capacità di radicarsi davvero.
Martusciello di Forza Italia è percepito in diverse aree come un caso di ambizione mal rivestita, più funzionale a giochi interni che a costruire consenso reale. Il giudizio non nasce da pregiudizio ma dall’osservazione che la politica meridionale si nutre di storie e di frequentazioni sul territorio, non di schede di presentazione.
La Lega di Zinzi è un episodio che si lascia registrare per la sua modestia. Il partito del nord in Campania ha sempre avuto un ruolo meramente evocativo. La presenza di Zinzi servirà al massimo a esibire una bandiera, non a correre per i voti decisivi. La destra regionale, priva di una leadership unitaria e di un candidato indiscutibile, si è ritrovata a scegliere tardi, a mediare con troppi interessi e a consegnare la scena a volti che non convincono la base elettorale.
In questo scenario l’unico che avrebbe potuto dare una plausibile alternativa era Sangiuliano. Ex ministro con un profilo intellettuale e una capacità comunicativa fuori dal coro, Sangiuliano avrebbe avuto la forza di disputare la partita soprattutto in alcune aree urbane e tra segmenti moderati. Invece è stato azzoppato, e non per caso. Dietro la sua esclusione c’è stata una manovra orchestrata da chi vedeva nel suo protagonismo un pericolo per l’ordine costituito delle clientele. Martusciello e Cirielli hanno scelto la strada del compromesso e il risultato è sotto gli occhi di tutti.
Il fuggi fuggi che ha seguito la scelta del candidato di centrodestra ha dell’epico. Gli indecisi hanno preso distanza, i notabili hanno raffreddato il sostegno e le sigle minori hanno fatto i conti con la loro irrilevanza. Il povero salernitano Cirielli si è immolato per una causa che non è riuscita a produrre né unità né entusiasmo. Il sacrificio politico ha il suo ritornello melodrammatico ma non produce voti da solo.
Dall’altra parte lo smottamento nel campo opposto ha avuto una sua dinamica interna che va letta con occhio attento. Il doppio colpo al sistema dei cacicchi promosso dalla segreteria dem e la spinta di un PD che prova a rinnovarsi hanno debilitato il vecchio monopolio di De Luca padre. La crisi delle macerie pentastellate e la figura ormai sbiadita di Conte hanno avuto conseguenze concrete. Il nuovo assetto del centrosinistra ha saputo mettere in campo un candidato che incarna la novità e che trova naturale ascolto nella metropoli. De Luca senior non è più l’asse incontrastato di prima. La lista personale che porta il suo marchio non farà la differenza che gli attacchisti di partito avrebbero voluto. Quel progetto è avvolto in una retorica che non si traduce in numeri equivalenti alla sua precedente egemonia.
Veniamo alla narrativa dei consensi personali, infine. I cento mila voti di Mastella sono parte del folklore elettorale, una cifra evocativa che serve per illustrare la propria rilevanza ma che raramente regge al vaglio della realtà. Mastella conosce il proprio peso, sa che la metà di quella cifra sarebbe per lui un trionfo. Il sindaco di Benevento possiede un consenso locale autentico, ma la traslazione di quel consenso su scala regionale incontra limiti strutturali. La politica regionale non è la sommatoria delle singole vittorie comunali. È una contesa che richiede strutture, coalizioni organiche e un racconto politico che travalichi gli steccati municipali.
Tirare le somme è semplice e netto. Fico ha già vinto la competizione simbolica che conta in Campania perché ha dalla sua il territorio che vale e perché il centrodestra ha consegnato la sua candidatura al compromesso perdente. Il vero nodo rimarrà capire quanto il candidato di centrodestra si avvicinerà o meno alla soglia del quaranta per cento. Tuttavia la tendenza è chiara. Il 24 novembre segnerà la caduta dei cacicchi, la prova di come la politica campana continui a premiare chi riesce a parlare alla metropoli e alla fascia urbana, e la sconfitta di un centrodestra orfano di un leader capace di costruire consenso oltre le trattative di partito. Le chiacchiere di Dagospia e i titoli estemporanei non cambiano la sostanza. Qui contano i voti, e i voti hanno memoria. Chi studia la Campania sa che le parole se li porta via il vento, mentre i fatti restano dentro le urne.







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