Una studentessa di Mashhad rischia l’esecuzione per un contenuto online giudicato blasfemo: il caso diventa simbolo della strategia di controllo totale del regime iraniano dopo le proteste del 2025.
La condanna a morte inflitta a Najmeh Amini, 23 anni, studentessa di economia, per un post sui social ritenuto offensivo verso il profeta, segna un ulteriore salto di qualità nella repressione giudiziaria della Repubblica Islamica. Arrestata all’inizio del 2026 e detenuta nel carcere di Vakilabad, struttura nota per esecuzioni segrete e processi lampo, la giovane è stata giudicata colpevole di “sab ol-nabi”, reato che nella legislazione iraniana può comportare la pena capitale. In un procedimento parallelo, il tribunale le ha inflitto altri 12 anni e mezzo di carcere per “azioni contro la sicurezza nazionale” e “propaganda contro il regime”, costruendo un impianto accusatorio che rende di fatto impossibile ogni via di uscita.
Secondo le ONG Iran Human Rights e Hengaw, che hanno ricostruito il caso dall’esterno, la corte ha ignorato elementi che avrebbero potuto escludere la pena di morte, tra cui la dichiarazione della ragazza di aver assunto “funghi allucinogeni” al momento della pubblicazione del post. Una circostanza che, secondo gli attivisti, conferma la natura politica della sentenza più che la sua coerenza giuridica. Il direttore di IHRNGO, Mahmood Amiry-Moghaddam, ha definito la condanna “estremamente allarmante”, ricordando che l’Iran ha già superato le 600 esecuzioni dall’inizio dell’anno.
La vicenda si inserisce nel clima di repressione seguito alle proteste del 2025, quando il regime ha intensificato il controllo sulla comunicazione digitale attraverso la polizia informatica FATA, trasformando i social network in un territorio sorvegliato e potenzialmente letale. Colpire una giovane donna, priva di ruoli politici e con una vita ordinaria, appare come una scelta deliberata: un messaggio alla popolazione, un monito sulla fragilità della libertà di espressione e sulla capacità dello Stato di intervenire anche nella sfera più privata. L’audio diffuso dalla stessa Amini dal carcere, “Non voglio dipingermi come un’eroina, ma solo che la mia voce sia ascoltata”, ha amplificato l’attenzione internazionale, mentre le ONG chiedono una mobilitazione globale per fermare una condanna che, se eseguita, diventerebbe uno dei simboli più drammatici della repressione iraniana contemporanea. Se desideri, posso sviluppare una versione più lunga, un approfondimento tematico o un editoriale interpretativo.








Commenti recenti