Cronaca, decisione del gip e reazioni di un caso che in poche ore è passato dalla cronaca locale al dibattito politico nazionale.

I fatti: due aggressioni in quaranta minuti, il 28 agosto 2026, verso le 13, una ragazzina di 13 anni esce di casa a Madonna di Campagna, periferia nord di Torino, per comprare da bere ai fratelli più piccoli. In tasca ha tre euro, e sceglie il minimarket più economico della zona, un negozio in cui, racconterà poi agli investigatori, era già entrata altre volte. Dentro ci sono solo lei e il commerciante, un uomo di 42 anni, cittadino bengalese, incensurato. Secondo la ricostruzione degli inquirenti, l’uomo le offre una bibita, le chiede se ha un fidanzato e quanti anni ha. Alla risposta, avrebbe commentato la sua giovane età. Poco dopo la aggredisce sessualmente, la ragazza riesce a uscire dal negozio, fa pochi passi e si accascia sul marciapiede. Chiama la madre e un amico, che la accompagnano; la polizia la porta in ospedale, dove viene attivato il protocollo Bambi, la procedura sanitaria e investigativa prevista per i casi di violenza su minori. Le telecamere di sorveglianza del minimarket, consegnate dallo stesso indagato agli investigatori, documentano un secondo episodio: circa quaranta minuti prima dell’aggressione sulla tredicenne, lo stesso uomo avrebbe molestato anche una donna adulta, la cui identità non è ancora stata accertata.

Per gli inquirenti, è la prova di un comportamento reiterato nel giro di poco più di mezz’ora, un elemento che il pubblico ministero Paolo Cappelli ha ritenuto decisivo per chiedere la misura cautelare più severa. L’arresto e la scarcerazione, l’uomo viene arrestato e portato nel carcere torinese “Lorusso e Cutugno”. Il pm Cappelli chiede al gip la custodia cautelare in carcere, sostenendo che sussista il concreto pericolo di reiterazione di reati della stessa specie, vista la gravità dei fatti, aggravati dalla giovanissima età della vittima, di cui l’indagato era pienamente consapevole, e la doppia aggressione in meno di un’ora. Il giudice per le indagini preliminari valuta diversamente. Dopo due notti di detenzione, dispone la scarcerazione, sostituendo il carcere con la misura meno afflittiva dell’obbligo di firma presso il commissariato di zona. Nel provvedimento pesano, secondo quanto ricostruito, tre elementi: l’assenza di precedenti penali, la collaborazione dimostrata consegnando spontaneamente i filmati delle telecamere, e la manifestazione di quella che in termini giuridici si definisce “resipiscenza”, il pentimento espresso in udienza.

L’uomo, difeso dall’avvocata Francesca D’Urzo, si è avvalso della facoltà di non rispondere alle domande dirette, ma ha dichiarato di aver sbagliato e di essere dispiaciuto, sottolineando che si trattava della prima volta. Ma cosa dice la legge sulle esigenze cautelari: il nodo giuridico del caso è tutto nell’articolo 274 del Codice di procedura penale, che disciplina le condizioni per applicare una misura cautelare. La norma richiede che il pericolo di reiterazione del reato sia “concreto e attuale”, da desumersi non dalla sola gravità del reato contestato, ma dalle modalità del fatto e dalla personalità dell’indagato, valutata attraverso comportamenti concreti, inclusi eventuali precedenti penali, che però la giurisprudenza di Cassazione considera un indizio, non una condizione né necessaria né sufficiente. Dunque, anche un soggetto incensurato, chiarisce una nota sentenza della Cassazione penale, può risultare socialmente pericoloso in base ai fatti concreti commessi. È proprio su questo bilanciamento, tra assenza di precedenti e gravità/reiterazione della condotta contestata, che si è giocata la decisione del gip di Torino, e su cui si concentrano ora le critiche.

La reazione politica non si è fatta attendere, costituito da un fronte trasversale. La scarcerazione, resa nota dalla “Stampa”, ha innescato una reazione politica bipartisan, raro esempio di convergenza tra maggioranza e opposizione nel condannare la decisione del magistrato, pur con accenti e proposte diverse. Giorgia Meloni è intervenuta con un lungo post pubblicato sulla propria pagina Facebook, ricostruendo la vicenda passo passo: la ragazzina uscita per la merenda dei fratelli, l’arresto in poche ore, la richiesta di carcere del pm, la scarcerazione dopo due notti. La premier si sofferma in particolare sulla motivazione del gip, isolando in modo polemico la parola “dispiaciuto” usata dal giudice per descrivere lo stato d’animo dell’indagato. Nel post sottolinea come l’intera “catena” istituzionale, norme, forze dell’ordine, procura, avesse funzionato correttamente, salvo poi essere smentita da un provvedimento in 48 ore, di cui il governo non può rispondere se non attraverso l’invio degli ispettori ministeriali. Chiude il post chiedendosi chi debba spiegare l’accaduto alla famiglia della vittima e al quartiere, ed esprimendo solidarietà alla ragazza e ai suoi cari. Il ministro della Giustizia Carlo Nordio ha formalizzato l’invio di ispettori al Tribunale di Torino, precisando di muoversi nel rispetto dell’autonomia della magistratura ma ritenendo il caso di “eccezionalità” tale da giustificare un accertamento. Dal centrodestra sono arrivate le prese di posizione più dure.

Dal canto suo, il leader della Lega Matteo Salvini ha rilanciato la proposta, già presentata dal suo partito, di introdurre la castrazione chimica per gli autori di reati sessuali. A livello locale, l’esponente di Fratelli d’Italia e vicepresidente della Regione Piemonte Maurizio Marrone ha chiesto a Prefettura e Questura di disporre la chiusura temporanea del minimarket per ragioni di ordine pubblico, una misura effettivamente prevista dal Testo unico degli enti locali nei casi in cui un esercizio commerciale sia teatro di reati, cogliendo l’occasione per criticare la liberalizzazione delle licenze commerciali risalente al governo Bersani. Anche Forza Italia Torino, con il senatore Roberto Rosso e il segretario cittadino Marco Fontana, è intervenuta chiedendo coerenza tra gli appelli istituzionali alle donne a denunciare e le risposte concrete del sistema giudiziario.

Dall’opposizione, i parlamentari del Partito Democratico, insieme a Italia Viva e Futuro Nazionale, hanno definito la decisione “surreale” e “inaccettabile”, osservando che la pericolosità sociale di un soggetto recidivo, avendo aggredito due persone in quaranta minuti, non ha relazione con il pentimento dichiarato in udienza. I tre gruppi hanno annunciato un’interrogazione parlamentare al ministro Nordio, sollevando anche il tema più ampio di una possibile sottovalutazione ricorrente del rischio corso dalle donne nelle valutazioni cautelari. Anche alcuni componenti laici del Consiglio Superiore della Magistratura avrebbero chiesto l’apertura di una pratica sul caso. Una vicenda che riapre un dibattito ricorrente, infatti il caso di Torino si inserisce in un dibattito che periodicamente torna al centro della cronaca italiana: il rapporto tra le richieste della magistratura inquirente (le procure) e le decisioni dei giudici per le indagini preliminari sulle misure cautelari, specie nei reati di violenza sessuale.

Non è la prima volta che una scarcerazione anticipata rispetto alla richiesta del pubblico ministero genera polemica pubblica; la specificità di questo caso, la doppia aggressione in quaranta minuti, l’età della vittima, la rapidità del provvedimento di scarcerazione (due notti), ha amplificato la sua risonanza, portandolo dalla cronaca torinese al centro dell’agenda politica nazionale nel giro di poche ore. Resta da chiarire, ed è materia che gli ispettori del ministero della Giustizia dovranno valutare, se la decisione del gip rientri nella fisiologica discrezionalità valutativa che la legge riconosce al giudice, la cui indipendenza resta un principio costituzionale non derogabile, o se vi siano stati elementi di fatto sottovalutati nella motivazione. Va ricordato che l’uomo resta indagato, la sua responsabilità penale dovrà essere accertata nel processo, e il provvedimento di scarcerazione non equivale in alcun modo a un giudizio sul merito dei fatti contestati.

Leave a Reply

  • (not be published)