Serve un piano straordinario nazionale fondato su formazione di qualità, controlli sistematici e un corpo ispettivo potenziato.

Quattro operai morti in un solo giorno, da Torino a Monza, da Roma fino a Riposto, in Sicilia. Travolti, precipitati, uccisi mentre svolgevano il loro lavoro. L’ennesimo “lunedì nero” che riporta al centro del dibattito nazionale il tema della sicurezza nei luoghi di lavoro, non come voce statistica ma come ferita collettiva che non accenna a rimarginarsi. È davanti a questa nuova strage silenziosa che Giuseppe Ciarcelluto, consigliere nazionale di Unimpresa con delega alla sicurezza sul lavoro e presidente dell’associazione Assidal, ha lanciato un appello chiaro: l’Italia ha bisogno di un piano straordinario nazionale per la sicurezza sul lavoro. Non un documento di principio, ma una strategia organica e vincolante, fondata su tre capisaldi precisi: formazione obbligatoria di qualità, controlli sistematici e incisivi, una rete potenziata di ispettori e tecnici della prevenzione.

“Basta proroghe, deroghe, appalti al massimo ribasso che sacrificano la sicurezza sull’altare del risparmio. E basta con la logica dell’emergenza”, ha dichiarato Ciarcelluto, sottolineando che la questione non può essere ridotta a un elenco di fatalità inevitabili. La realtà, osserva, è che in Italia si continua a morire mentre si lavora, e che le cause sono strutturali: carenza di controlli, formazione spesso inadeguata, risorse ispettive insufficienti, cultura della prevenzione che stenta a radicarsi. La denuncia di Unimpresa prende spunto dagli incidenti di queste ore ma si allarga a un quadro nazionale che, secondo i dati INAIL, resta allarmante. Nei primi sette mesi del 2025 sono state registrate 432 denunce di infortuni mortali, di cui 168 avvenuti in itinere, cioè nel tragitto casa-lavoro, con un aumento di quasi il 24% rispetto all’anno precedente. Le denunce di infortuni in occasione di lavoro sono state invece oltre 244mila, in lieve calo rispetto al 2024, ma sempre numeri impressionanti che non possono essere liquidati come “rischi del mestiere”.

La fotografia europea non offre conforto. Secondo Eurostat, nel 2022 nei Paesi membri si sono verificati 3.286 incidenti mortali nei luoghi di lavoro, con l’edilizia che da sola pesa per quasi un quarto del totale. L’Italia, nonostante una legislazione formalmente avanzata, continua a collocarsi tra i Paesi più esposti, segno che le norme, senza controlli efficaci e senza cultura diffusa, non bastano. Non è un caso che gli ispettori del lavoro abbiano chiuso il 2024 con 4.585 addetti tra INL, INPS, INAIL e Arma, e con un aumento del 42% degli accertamenti rispetto al 2023. Una crescita significativa ma ancora lontana dall’essere sufficiente a coprire il numero sterminato di cantieri, fabbriche, campi e magazzini disseminati in tutto il Paese.

Negli ultimi anni il legislatore è intervenuto più volte. Il Testo Unico sulla sicurezza (D.Lgs. 81/2008) è stato aggiornato e rafforzato, in particolare con la legge 215 del 2021 che ha esteso i poteri di sospensione delle attività in caso di violazioni gravi e ha ridefinito gli obblighi di formazione per datori di lavoro, dirigenti e preposti. Il nuovo Codice degli appalti (D.Lgs. 36/2023) ha ribadito il principio della non ribassabilità dei costi della manodopera e degli oneri di sicurezza, per impedire gare al ribasso che tagliano proprio sugli aspetti più delicati. Dal primo ottobre 2024 è entrata in vigore la patente a crediti per le imprese e i lavoratori autonomi dell’edilizia: senza almeno 15 crediti non si può operare nei cantieri. Una misura che, nelle intenzioni, dovrebbe portare a una selezione naturale delle aziende serie, ma che rischia di restare inefficace senza controlli puntuali e senza banche dati integrate che rendano trasparenti i percorsi di ciascun operatore.

A questo mosaico di norme, spesso disomogeneo e poco applicato, Unimpresa contrappone la necessità di una regia nazionale chiara. La proposta è quella di creare un programma pluriennale, sostenuto da fondi europei e nazionali, che renda obbligatoria una formazione certificata e tracciabile, affidi a un corpo ispettivo rafforzato un piano di controlli a campione e a rischio mirato, e trasformi la patente a crediti in uno strumento esteso a più settori, dall’edilizia alla logistica fino all’agroalimentare.

La questione degli appalti è il nodo più delicato. Troppo spesso la sicurezza viene compressa dentro margini economici ristretti, con gare al massimo ribasso che costringono le imprese a sacrificare formazione e dispositivi di protezione pur di mantenere competitività. È qui che il sistema continua a produrre vittime: nei cantieri dove mancano ancoraggi e reti anticaduta, nelle fabbriche in cui le macchine non hanno sistemi di blocco d’emergenza, nei magazzini dove turni massacranti aumentano gli incidenti. Non a caso le cadute dall’alto restano la prima causa di morte sul lavoro, seguite da incidenti legati a macchinari non sicuri e da quelli in itinere, in particolare nel settore della logistica.

Ciarcelluto sottolinea che la sicurezza non è un obbligo burocratico, ma un investimento. Per le imprese significa ridurre il rischio di fermare la produzione, migliorare la qualità, abbattere costi indiretti e proteggere la propria reputazione. Per i lavoratori significa dignità e protezione. Per la collettività, significa non disperdere vite e competenze preziose. “La sicurezza – ha ribadito – è un dovere morale e civile, prima ancora che giuridico. È un atto di responsabilità che deve coinvolgere tutti gli attori della filiera produttiva”.

Dietro ogni numero, infatti, c’è una storia che non fa statistica. C’è una famiglia che si trova a piangere un figlio, un padre, una madre che non torneranno a casa. C’è una comunità che si impoverisce, una collettività che perde fiducia. Per questo Unimpresa chiede alla politica di agire senza ulteriori rinvii, di superare la logica delle emergenze che si rincorrono e di trasformare il tema sicurezza in una priorità nazionale permanente. Non un onere aggiuntivo per le aziende, ma una condizione necessaria per uno sviluppo sano, sostenibile e civile.

Il punto, come sempre, è nella volontà politica. I fondi non mancano: PNRR, POR FESR, Fondo di Sviluppo e Coesione, risorse Inail. Quello che manca è una cabina di regia capace di integrare questi strumenti, di fissare obiettivi misurabili e di monitorare i risultati con rigore. Non basta annunciare finanziamenti o norme nuove: servono programmazione, continuità e sanzioni certe. E serve un cambio di mentalità, che veda la sicurezza non come costo da tagliare ma come investimento strategico.

L’Italia si trova di fronte a un bivio: continuare a contare vittime o costruire finalmente una cultura della prevenzione che unisca imprese, istituzioni e lavoratori. Le parole di Unimpresa sono un atto d’accusa ma anche una proposta concreta. Tocca ora alla politica decidere se raccogliere questa sfida o se lasciare che l’ennesimo lunedì nero diventi soltanto un’altra data da archiviare nelle cronache. Vuoi che trasformi questo pezzo in una versione con box dati e infografiche a corredo, per rendere più visibile l’impatto dei numeri?

 

Instagram: @50k50yrs

Leave a Reply

  • (not be published)