Ardolino contesta le modalità dell’intervento nei locali di via Marino Caracciolo: “Non abbiamo potuto trasferire documenti e attrezzature”. L’associazione riferisce di aver chiamato i Carabinieri e chiede al Comune una soluzione per garantire i servizi.

Una sede trovata chiusa e svuotata, con arredi, computer e documenti trasferiti altrove senza che l’associazione potesse occuparsi direttamente del trasloco. È la denuncia di Ardolino, presidente nazionale di Acai, associazione di tutela degli inquilini e dei consumatori, e segretario provinciale di Federdipendenti, che contesta le modalità dello sgombero dei locali presso il Mercatino Rionale di via Marino Caracciolo. Secondo il suo racconto, il Comune di Atripalda aveva intimato il rilascio dell’immobile, venduto dall’Ente, fissando la scadenza a mercoledì 7 ottobre alle 12. Ardolino sostiene però di aver trovato la sede già inaccessibile quando si è recato sul posto nelle prime ore della mattina. “Non ci è stato nemmeno consentito di trasferire altrove arredamento, strumenti e pratiche presenti negli scaffali ed effettuare la consegna delle chiavi”, afferma. Il dirigente descrive l’intervento come un “blitz” e ipotizza che l’accesso sia avvenuto forzando la serratura, circostanza che nella sua dichiarazione non risulta accompagnata da un accertamento. L’associazione riferisce di aver chiamato i Carabinieri per una formale constatazione della situazione. Al centro della protesta c’è soprattutto la sorte dei fascicoli e delle attrezzature informatiche: nella sede, che ospitava anche attività di Caf e patronato, erano conservate pratiche con informazioni personali e aziendali degli utenti, oltre a computer contenenti corrispondenza, programmi di lavoro e scadenze.

Ardolino lamenta di non aver potuto verificare nell’immediatezza dove fossero stati trasferiti i materiali e come fossero custoditi. Una situazione che, secondo l’associazione, ha ostacolato la gestione delle pratiche e la programmazione delle attività successive allo sgombero. “Un duro colpo al sindacato e all’associazione”, sostiene il dirigente, richiamando anche le possibili conseguenze per cittadini e aziende che si rivolgevano ai servizi. La contestazione riguarda dunque le modalità del rilascio e la possibilità di assicurare continuità all’assistenza, oltre alla tutela delle informazioni contenute negli archivi. Acai afferma che i locali erano regolarmente concessi in affitto e che il canone era stato pagato anche per l’intero mese di ottobre. Ardolino rivendica inoltre il radicamento dell’organizzazione sul territorio e il lavoro svolto nel confronto con le istituzioni, attraverso segnalazioni, proposte e denunce di disservizi. Nel suo intervento ipotizza che le critiche rivolte agli amministratori abbiano alimentato ostilità nei confronti dell’associazione: una valutazione del dirigente, senza elementi di riscontro riportati nel comunicato. Prima del rilascio, spiega, Acai aveva cercato un’intesa con il Comune per individuare un’altra sede tra gli immobili dell’Ente, proponendo il pagamento di un canone calmierato in considerazione della funzione sociale dei servizi. In alternativa, l’associazione avrebbe prospettato una convenzione per sostenere i maggiori costi di una sistemazione in un immobile privato e garantire ai cittadini atripaldesi l’erogazione gratuita di servizi. Secondo Ardolino, nessuna delle due proposte avrebbe trovato disponibilità. La richiesta resta quella di riaprire il confronto e trovare una soluzione che permetta di proseguire l’attività. “L’auspicio è che vi sia maggiore ragionevolezza e disponibilità da parte del Comune”, conclude. “Non demorderemo, siamo intenzionati a proseguire il nostro impegno e a offrire i servizi alla cittadinanza”. Nel materiale fornito non è presente una replica dell’amministrazione comunale: la ricostruzione delle modalità dello sgombero e delle conseguenze denunciate resta pertanto attribuita ad Acai.

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