Per la prima volta la Basilicata chiude in coda alla classifica nazionale per utilizzo dei fondi europei del Programma di Sviluppo Rurale. Braia lancia l’allarme e chiede riforme strutturali, fondo regionale per le emergenze e una strategia plurifondo per salvare il comparto.

La Basilicata chiude il ciclo di programmazione del Programma di Sviluppo Rurale con un dato che segna un passaggio critico nella gestione dei fondi europei destinati all’agricoltura. Con il 95,78% della spesa effettuata rispetto al 99,4% della media nazionale, la regione diventa per la prima volta l’ultima in Italia per capacità di utilizzo delle risorse Feasr, lasciando non spesi circa 25 milioni di euro. A certificarlo sono i dati ufficiali pubblicati da AGEA nella relazione tecnica sulle spese sostenute al 31 dicembre 2025. Un esito che ha determinato il cosiddetto disimpegno automatico delle risorse, ossia la restituzione dei fondi non utilizzati all’Unione Europea. Una situazione che, secondo quanto riportato dal Ministro dell’Agricoltura Francesco Lollobrigida, rappresenta “un insulto avere dei soldi a disposizione e tenerli nel cassetto”.

A intervenire con una riflessione articolata è Luca Braia, esponente di Italia Viva, che già nei mesi precedenti aveva segnalato il ritardo accumulato dalla Regione nell’avanzamento della spesa. Nonostante il recupero effettuato negli ultimi mesi, il risultato finale resta insoddisfacente e apre interrogativi profondi sulla capacità di programmazione e gestione del sistema regionale. Secondo Braia, limitarsi ad attribuire le responsabilità alla fragilità del comparto agricolo lucano o alle calamità naturali sarebbe un errore strategico. Le stesse criticità, osserva, hanno interessato altre regioni del Mezzogiorno come Calabria, Campania, Puglia e Molise, che tuttavia si collocano tra le prime dieci per spesa effettuata. Il nodo, dunque, non è soltanto congiunturale ma strutturale, e richiede un’analisi approfondita per evitare che il medesimo scenario si ripresenti nelle prossime programmazioni.

Il contesto economico, intanto, si fa sempre più complesso. L’accordo commerciale tra Unione Europea e Mercosur amplia la concorrenza internazionale in un mercato agricolo già segnato da volatilità dei prezzi, aumento dei costi di produzione e instabilità climatica. In questo quadro, l’incapacità di utilizzare pienamente le risorse europee rappresenta una doppia penalizzazione per un territorio a forte vocazione agricola. Tra le proposte avanzate vi è la costituzione di un fondo regionale per affrontare le emergenze e sostenere l’accesso al credito. Un meccanismo che consentirebbe agli imprenditori agricoli, soprattutto in caso di annate compromesse, di far fronte agli impegni finanziari legati agli investimenti programmati. L’attuale sistema dei ristori, affidato al modello Agricat, viene ritenuto insufficiente e poco tempestivo rispetto alle esigenze reali delle aziende.

Braia sottolinea la necessità di accelerare l’emissione dei bandi, incrementare gli incentivi automatici e rafforzare le filiere agroalimentari attraverso un’integrazione tra produzione, trasformazione, commercializzazione e ricerca. Centrale diventa la spinta verso l’innovazione e l’agricoltura 4.0, con investimenti in tecnologie digitali, sensoristica, gestione intelligente delle risorse idriche e tracciabilità.

Un altro fronte strategico riguarda la promozione. Il “Made in Basilicata” necessita di un’azione coordinata e strutturata che coinvolga turismo, strutture ricettive, ristorazione e grande distribuzione. In questo ambito, le esperienze di Calabria, Puglia e Campania negli ultimi anni rappresentano modelli da cui trarre insegnamento. La creazione di un marchio unico dell’agroalimentare lucano potrebbe rafforzare l’identità e la riconoscibilità dei prodotti regionali, favorendo l’accesso ai mercati nazionali e internazionali. Non meno rilevante è il tema della programmazione territoriale. La realizzazione di una carta vocazionale, capace di individuare le aree più idonee per specifiche produzioni, consentirebbe di orientare meglio gli investimenti ed evitare dispersioni di risorse. Continuare a sostenere colture in contesti poco produttivi o riallocare fondi in misure storicamente poco performanti rischia di alimentare inefficienze già note.

Braia richiama anche l’attenzione su strumenti normativi già esistenti ma rimasti inapplicati, come la Legge Regionale sulla Banca della Terra e sull’Agricoltura Sociale. Una piena attuazione potrebbe favorire l’assegnazione di terreni incolti a giovani imprenditori e integrare l’agricoltura con percorsi di inclusione sociale, contrastando al contempo lo spopolamento delle aree interne. Il nuovo ciclo 2023-2027 del Complemento di Sviluppo Rurale registra un buon avanzamento della spesa, ma il rischio è che senza un cambio di paradigma organizzativo e strategico si ripropongano criticità analoghe. In un territorio caratterizzato da aree interne estese e da una presenza industriale limitata e in parte in crisi, l’agricoltura rappresenta un pilastro economico e identitario.

La sfida, dunque, è duplice. Da un lato evitare ulteriori perdite di risorse europee, dall’altro costruire una strategia plurifondo capace di connettere imprese, agroalimentare, ambiente e turismo in una visione integrata di sviluppo. Il CSR, da solo, non è più sufficiente. Servono scelte coraggiose, modelli organizzativi più efficienti e una governance che sappia coniugare rapidità amministrativa e visione di lungo periodo. In gioco non vi sono soltanto percentuali di spesa o graduatorie nazionali, ma la tenuta di un sistema produttivo che, in un contesto di spopolamento e fragilità demografica, rischia di vedere l’abbandono progressivo dei campi. Uno scenario che, per una regione a forte vocazione agricola come la Basilicata, equivarrebbe a una perdita non solo economica ma identitaria.

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