Quando un Tribuno come Fico bussa alla porta del potere, il regno del “padrino”, del familismo e dei decreti fatti in casa, va in frantumi. La candidatura di Fico segna la fine del deluchismo in Campania, tra gli attacchi stanchi del governatore uscente e la nuova aria che soffia nel golfo partenopeo.
Napoli, cuore pulsante del Sud e culla di storie, oggi vibra al ritmo di un cambio che somiglia quasi a una rivoluzione. È arrivato Giuseppe Conte, non in stile comandante in campo da stadio, ma col piglio serio del vecchio parlamentare che sa dosare parola e silenzio, per presentare Roberto Fico candidato alla Regione Campania. Quel gesto vale tanto, perché rappresnta la benedizione di chi, nella scena politica, conta davvero. E Fico, con la sua calma aristocratica, profuma di futuro.
Intanto, Vincenzo De Luca, alias “lo sceriffo”, tira fiato dalla sua torre salernitana. Lì è quasi una dinastia, come se la Campania fosse un feudo tramandato da padre a figlio. E infatti, in questi giorni il “sindaco sceriffo” ha trovato nuovo interlocutore nella sua ombra designata, il figlio Piero, prossimo segretario designato regionale del Pd. Quasi un novello principe di Galles. Ma lo scenario si fa presto sgradevole, “Fico? Se il buongiorno si vede dal mattino… Buonanotte”, sbotta il governatore. “Un’immagine di politica politicante priva di dignità”, continua, come se non si accorgesse della sua pittoresca vulnerabilità.
Nel frattempo, Fico getta sul tavolo un guanto di sfida pacato ma fermo, vorrà vedere, approvare e decidere lui le liste che lo sosterranno. Non una minaccia, semmai un esame di onestà politica. Esame che rischia di far crollare la lista “sponsorizzata” da De Luca, dove il familismo imperante ha fatto più danni di mille tweet. Perché quando la politica diventa affare di famiglia, il conflitto emerge non in sospiri ma in parole grosse. E “liste pulite” suonano come una bestemmia nella chiesa del clan.
È davvero il canto del cigno per il deluchismo. Quel sistema basato su provvedimenti elasticizzati, tramandati come eredità e mutate in circuiti di fedeltà local-politica, traballa. L’apertura di Conte verso un confronto civile non è un passo diplomatico, è una spaccatura nel muro d’oro. “Sarebbe folle non incontrare anche De Luca”, dice Conte quasi a sussurrare che non c’è mercato politico senza dialogo. Ma l’aria che si respira è piuttosto quella di una resa anticipata.
E allora ecco Fico, come un oratore calmo: “Liste pulite, collegialità, partecipazione, protagonismo”. Quelle parole riecheggiano come un canto dolce in un teatro ingombro di vecchi costumi. Mentre De Luca, con la sua ironia amara, continua a inveire contro ciò che non può controllare, Fico costruisce una narrazione politica che non è imposta, ma suggerita. È un riappropriarsi della dignità politica, contro il familismo sistemico dove il potere si distribuisce a tavola, attraverso parenti, ex assessori, amici di Salerno.
Il quadro è chiaro, la strada per De Luca si fa impervia. Pochi saranno gli scudieri disponibili a seguirlo in ordine sparso. Il populismo di vecchia foggia, il comandare col megafono, non basta più. Serve un progetto condiviso, trasparente e nuovo. E Fico ha un vantaggio, non urla, non promette miracoli, parla di scuola, sanità, mobilità, respiro territoriale. Parla ai cittadini, non alle cricche.
Nel suo cammino, Napoli lo abbraccia forse più con lo sguardo che con applausi rumorosi. Ma lo sguardo conta, perché riflette la speranza. Quella che dice basta al familismo, alla politica-spettacolo, alle alleanze fatte a tavola. Fico arriva con la sobrietà, e quel pudore che solo chi ha governato il Parlamento può permettersi.
In definitiva, è la fine annunciata del sistema De Luca, nel silenzio più eloquente dei commenti velenosi, mentre lui allena i figli e perpetua il clan, Napoli e la Campania guardano avanti con uno sguardo diverso. E quel cambiamento, calmo, serio, senza fanfare, potrebbe essere davvero la spinta migliore che la Campania abbia ricevuto da anni.







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