Secondo l’ultima indagine Demopolis, un italiano su due non si sente sicuro nella città in cui vive. La microcriminalità è percepita come la minaccia principale, mentre le misure del Governo dividono l’opinione pubblica. Cresce la richiesta di interventi strutturali e non simbolici.

L’Italia vive una stagione di inquietudine urbana che attraversa territori, generazioni e appartenenze politiche. L’ultima ricerca dell’Istituto Demopolis fotografa un Paese che guarda ai propri spazi pubblici con crescente diffidenza: un cittadino su due non si sente sicuro nella città in cui vive, e oltre la metà ritiene che la situazione sia peggiorata negli ultimi tre anni. È un dato che pesa, perché non riguarda solo le grandi metropoli: è un sentimento che si estende anche ai centri medi e alle periferie, ridisegnando la mappa emotiva del Paese. La percezione di insicurezza cresce in modo netto nelle aree urbane più dense, dove sei cittadini su dieci dichiarano di sentirsi vulnerabili. È un’Italia che vive la città come un luogo di rischio, non più come spazio di opportunità. La casa, al contrario, resta il rifugio: il 70% degli intervistati afferma di sentirsi al sicuro tra le mura domestiche, un dato che accentua la frattura tra spazio privato e spazio pubblico. La città, insomma, non è più percepita come un ambiente protetto.

Quando gli italiani parlano di sicurezza, non evocano scenari di terrorismo internazionale o criminalità organizzata. La minaccia che più li preoccupa è la microcriminalità, indicata dal 67% degli intervistati: furti, scippi, aggressioni, episodi che possono colpire chiunque e in qualunque momento. È la paura dell’imprevedibile, del gesto improvviso, della mancanza di controllo. Una paura che nasce nella quotidianità e che, proprio per questo, ha un impatto sociale e politico molto più forte di fenomeni criminali più strutturati ma percepiti come lontani. Il giudizio sulle misure introdotte dal Governo è sfumato. Le zone rosse, pensate per aumentare la presenza delle forze dell’ordine in aree considerate sensibili, convincono solo un quarto degli italiani. Per il 44% non sono sufficienti, mentre un ulteriore 30% non esprime un’opinione. È un segnale chiaro: gli interventi emergenziali, percepiti come temporanei o simbolici, non bastano a rassicurare un’opinione pubblica che chiede continuità e presenza, non recinti di sicurezza.

Diverso il discorso per il divieto di porto di coltelli, esteso anche ai minori: l’80% degli italiani lo approva. È un consenso trasversale, che riflette la percezione di un fenomeno in crescita e la richiesta di norme chiare e immediate. Anche il fermo preventivo fino a 12 ore per persone ritenute pericolose alla vigilia di manifestazioni ottiene un sostegno maggioritario, con il 52% degli intervistati favorevoli. È un dato che segnala una crescente disponibilità ad accettare misure restrittive in nome della sicurezza, soprattutto dopo episodi di cronaca che hanno alimentato un senso di vulnerabilità collettiva. Nel complesso, la ricerca Demopolis racconta un’Italia che vive la sicurezza come una questione quotidiana, non ideologica. Un’Italia che non chiede misure spettacolari, ma presenza, prevenzione, continuità. La città diventa il luogo in cui si misura la capacità dello Stato di garantire ordine e tutela. E la domanda che emerge è chiara: non più se intervenire, ma come farlo in modo efficace, evitando risposte emotive o meramente simboliche.

Leave a Reply

  • (not be published)