Il Mezzogiorno resta al palo. Negli ultimi sessant’anni si è allargato il divario con il centro-nord. Carenza di investimenti infrastrutturali, mancanza di una reale politica di sviluppo fanno del Sud la vera emergenza nazionale.

A dispetto dei forti cambiamenti avvenuti nella struttura produttiva italiana, è da circa sessant’anni ormai che il divario di crescita tra le regioni del Sud ed il resto del Paese non accenna ad alcuna riduzione. Nel 1951 il prodotto interno lordo del Mezzogiorno era pari al 23,9 % di quello dell’intera penisola; nel 2019 non era cambiato sostanzialmente nulla. Il PIL del Sud Italia si è attestato ad un irrisorio 23,3 %. Sono passati inutilmente la “bellezza” di sessantanove anni. Valutati in termini di Pil pro-capite: era al 47% nel 1951, è stato del 36 % nel 2019, ancora peggio.

È giusto, ad onor del vero, ricordare che le regioni dell’Italia del Sud non sempre hanno avuto un reddito pro-capite inferiore a quello del centro-nord. Al momento della cosiddetta “unità”, i livelli di reddito per abitante risultavano piuttosto simili. Le differenze rilevanti non riguardavano tanto l’asse Nord-Sud, quanto le disparità esistenti nel Mezzogiorno (es. Campania rispetto ad Abruzzo e Molise) e nel Centro-Nord (es. Lombardia rispetto al Veneto).

Il divario che oggi avvertiamo come un dato “assoluto”, come se si trattasse di una fatale accettazione storica, è il frutto di un distorto processo di sviluppo. Il divario nasce con l’unificazione territoriale forzata e per molti aspetti casuale della penisola italiana, prima con l’inizio del processo di industrializzazione nel decennio alla fine dell’Ottocento, si amplia nel periodo fascista, per raggiungere il massimo agli inizi degli anni Cinquanta.

La cosiddetta “arretratezza” del Mezzogiorno, al momento della “unificazione” va misurata rispetto all’area più progredita su scala mondiale, no di certo rispetto alle aree del Settentrione.

Prima dell’unificazione forzata dei territori della penisola italiana, l’arretratezza si era accresciuta in misura diversificata ma generale per tutta la penisola; riguardo ai principali indicatori della rivoluzione industriale, le distanze che separavano le aree europee più progredite dal nord Italia erano di gran lunga più marcate di quelle che distanziavano quest’ultimo dal Mezzogiorno e che per quel che concerne i principali indicatori del processo di industrializzazione, l’arretratezza del Mezzogiorno accumulata rispetto al Nord-Italia era minima, in alcuni casi addirittura irrilevante, rispetto a quella accusata nei confronti dell’Europa, nei confronti della quale il ritardo accusato dal nord non era poi tanto inferiore a quello del Mezzogiorno.

Dopo l’unione territoriale della Penisola, l’economia italiana, attraverso uno sviluppo squilibrato a favore delle regioni settentrionali, avviò un recupero nella cui realizzazione lo Stato ebbe un ruolo di prim’ordine.

La storia la scrivono i vincitori, nel caso della “strana” costituzione dello stato italiano nel 1860, si può affermare che il falso storico, che ancora ha pretese di verità, non incanta puù nessuno.

Le più recenti ricerche storiche sull’argomento hanno fatto piena luce sulle verità della unificazione forzata della Penisola. Vorrei ricordarne solo alcuni: Arrigo Petacco nel suo Il Regno del Nord ama ricordare che “Agli inizi del 1861, il Regno delle Due Sicilie era ancora lo Stato più grande della Penisola e, teoricamente, anche il più potente. Oltre ad essere difeso dall’acqua santa e dall’acqua benedetta, come ammoniva Ferdinando II, disponeva dell’esercito più numeroso di qualsiasi altro stato italiano, compreso il Piemonte – 93000 uomini, senza contare i quattro reggimenti mercenari, bavaresi e svizzeri – nonché della flotta più potente del Mediterraneo (consistente in 11 moderne fregate, 5 corvette e 6 brigantini, oltre agli altri legni di vario tipo e vela). Ed Arrigo Petacco è nato e “pasciuto” a La Spezia, non cero un nostalgico borbonico. Eppure questa è la semplice e pura verità. Il piccolo topolino Piemonte che mangia il grosso e grasso “gattaccio” Regno delle due Sicilie.

La storiografia contemporanea, finalmente libera da pregiudizi e condizionamenti centralisti, ha iniziato a fare un lavoro serio ed approfondito sull’argomento già qualche decennio. Gli appelli per così dire “eccessivi” dello studioso Denis Mack Smith sembrano abbiano avuto, mai troppo tardi, i suoi effetti.

 

I Numeri della disunità

Al momento dell’occupazione (1860) il divario Nord-Sud è valutabile in una differenza che si colloca tra il 10 e il 15 % del reddito pro-capite. Mentre in termini di prodotto agricolo pro-capite il vantaggio del nord sarebbe stato appena del 12-15 %.

Nel 1861, degli 11777 occupati nell’industria metalmeccanica, 2500 (21%) lavoravano nel Mezzogiorno, 4500 (38%)  in Piemonte e Liguria, 2800 in Veneto e Lombardia (24%).

Delle 14437 tonnellate di cuoio prodotte nel 1866, 4083 (28,4%) provenivano dal Sud, 4150 (28.8%) da Piemonte e Liguria, da Veneto e Lombardia 4059 (28.2%).

Nel 1860 il patrimonio equino era pari al 61% per il Sud e 39% per il centro nord, quello ovino-caprino era per il 63% localizzato al Sud e solo il 37% nel resto della penisola. Quello suino aveva proporzioni nettamente a favore del territorio meridionale: 60% contro 40%. Solo il patrimonio bovino dava un vantaggio al nord rispetto al Mezzogiorno.

Nel 1860 il Sud forniva oltre il 90% della produzione olivicola nazionale; il 75% di quella vitivinicola e tutte le produzioni mediterranee in genere.

Le entrate dello stato italiano provenienti dall’ex Regno delle due Sicilie salirono dai 170 milioni di lire del 1860 alla stratosferica cifra di 414 milioni di lire dopo solo pochi anni. Nel 1891 le imposte comunali superarono di un terzo quelle esatte nel periodo borbonico, che servirono esclusivamente per portare in pareggio il bilancio dello stato piemontese.

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