La decisione di sottrarre a Erri De Luca la prolusione del Festival di Salerno non è un atto neutro ma un paradigma delle nuove forme di esclusione del dissenso, quando preferire il silenzio controllato al confronto pubblico indebolisce la libertà di parola, svuota il ruolo critico delle istituzioni culturali e apre la strada a precedenti che limiteranno il dibattito collettivo.
Negare a uno scrittore il primo spazio di parola di un festival non è un atto neutro, al contrario è una scelta che parla più forte delle parole che si vorrebbero tacitare, e lo fa con la freddezza di chi crede di mettere ordine proteggendo un’immagine. Quando un’organizzazione culturale decide che la “coerenza” o il timore della polemica giustificano la sottrazione della parola inaugurale, essa non esercita soltanto un diritto organizzativo, ma traccia un confine sul pensabile e sul legittimo; e questo confine, una volta tracciato, tende a consolidarsi.
Non si tratta di difendere posizioni o di assolvere opinioni, piuttosto si tratta di ricordare che la funzione di un luogo culturale è esattamente l’opposto della censura preventiva. John Stuart Mill ci ammoniva che il silenzio imposto alle opinioni impopolari impoverisce la ricerca della verità; Hannah Arendt ci ricordava che la pluralità è la condizione stessa della vita politica; Jürgen Habermas ci invitava a vedere nella legittimità del discorso pubblico il frutto di processi comunicativi inclusivi e razionali e Michel Foucault ci metterebbe in guardia contro i meccanismi che, sotto la veste della prudenza, producono regimi di verità.
Applicare questi principi al caso concreto significa riconoscere che la prolusione non è un privilegio simbolico da assegnare solo a chi rassicura, ma un’occasione pubblica che richiede coraggio intellettuale, non la rimozione della voce sgradita, ma la sua messa in scena critica, il confronto regolato, il contraddittorio che illumina e non che cancella. Scegliere la via dell’esclusione equivale a preferire la tranquillità apparente alla vitalità democratica; è un atto che produce un precedente, e i precedenti sono contagiosi. Se oggi si esclude per timore di reazioni, domani si escluderà per ragioni di opportunità politica, di sponsorizzazione, di consenso mediatico; il risultato è sempre lo stesso, che equivale ad un effetto chilling (è la conseguenza più sottile e pericolosa di ogni forma di censura, non serve più vietare apertamente, basta far capire che certe parole “non conviene” pronunciarle) che induce autori, curatori e intellettuali a misurare ogni parola, a evitare il rischio, a rinunciare al dissenso che è il cuore della cultura.
La storia non manca di ammonimenti: dalle condanne che soffocarono il dibattito scientifico ai roghi simbolici, dalle campagne di ostracismo politico alle persecuzioni ideologiche, il meccanismo è noto e il prezzo pagato dalle società che lo adottano è alto. Un festival che si ritrae di fronte alla controversia perde la sua credibilità come luogo di elaborazione collettiva e si trasforma in teatro di scontro o, peggio, in vetrina autoreferenziale. E allora “denuncio con forza” la responsabilità degli organizzatori, che non è soltanto quella di evitare offese o strumentalizzazioni, ma è quella di costruire procedure trasparenti, di motivare pubblicamente le scelte, di preferire misure proporzionate, spostamento del ruolo simbolico, offerta di un contraddittorio moderato, dibattito pubblico strutturato, piuttosto che la cancellazione tout court. Difendere la comunità culturale significa saper trasformare la controversia in occasione di crescita, non in pretesto per la rimozione, e se immaginiamo soltanto in teoria che la cultura possa abdicare al suo compito di mettere in scena il conflitto delle idee, allora il silenzio che ne deriva non è pace ma impoverimento. Questo si un vuoto che presto verrà riempito da semplificazioni, da slogan e da chi, con la violenza o con la retorica, non teme la polemica perché la usa come arma.
Chi organizza eventi culturali ha dunque un dovere etico e civico, che non è quello di garantire che nessuno si senta mai offeso, ma quello di assicurare che il confronto avvenga, che le ragioni si misurino, che la parola resti il terreno su cui si costruisce la comunità socio-politica. E concludo affermando con estrema preoccupazione, che la prolusione negata a Erri De Luca non rappresenta un semplice episodio isolato, ma un campanello d’allarme, perché se accettiamo che le istituzioni culturali escludano voci sgradite per calcoli di immagine, allora ecco che avremo inaugurato una stagione in cui la libertà di parola sarà sempre più condizionata da timori e interessi. Difendere la cultura significa difendere il diritto di parlare e di essere contestati; significa ricordare che la vera responsabilità non è il silenzio selettivo, ma il coraggio di mettere in scena il dissenso.








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